Le nostre (troppo) grandi aspettative

A volte, quando hai da dire troppo, scegli di non farlo affatto. E poi ti imbatti in parole altrui, che ti colpiscono, ti rubano i pensieri mentre cerchi di goderti la tua ora di relax post-lavoro sul divano, con una tazza di thé e la luce che in questo paese resiste fino a tardi.

Quindi oggi non scrivo: traduco.

Articolo di Merle Wuttke, pubblicato su Flow, Maggio-Giugno 2017

A volte mi succede di essere sommersa da un sentimento di disappunto, anche se solo qualche istante prima ero di buon umore. Sento improvvisamente una specie di colpo al cuore, e ho l’impressione di cadere in un buco nero, senza sapere davvero perché.

Mi é successo l’altro giorno.

All’uscita dall’ufficio, ho pedalato per venti minuti sotto la pioggia battente. Ero gelata, sognavo solo una tazza di thé bollente. Arrivando a casa, ho sentito la mia famiglia parlare allegramente intorno al tavolo. Bagnata fradicia, mi sono avvicinata, ma mio marito e i miei figli mi hanno salutata appena. La cucina era sottosopra. Ho sentito di nuovo quel buco nero… Senza proferire parola, mi sono chiusa in bagno.

Forse le mie aspettative sono troppo grandi? Non adeguate? Avevo immaginato il mio rientro in maniera diversa, ma é questa una buona ragione per essere cosi’delusa e arrabbiata? Mi sono seduta in bagno, sopraffatta dai miei sentimenti e dalle mie speranze. Perché non mi sono semplicemente asciugata e cambiata prima di raggiungere gli altri? Perché ho lasciato che la mia delusione prendesse il sopravvento?

Nel corso della serata, ho pensato a tutte le volte in cui ho nutrito aspettative simili. Verso mio marito, i miei figli, la mia migliore amica, il mio capo, me stessa… E si, anche verso il meteo. Perché questo? Ha senso tutto cio’?

Mi sono chiesta quando fosse stata l’ultima volta in cui gli avvenimenti siano andati esattamente secondo le mie speranze. La risposta é stata “tanto tempo fa”. Forse trascuro alcune cose, oppure ho aspettative troppo alte.

Prendere la vita con pazienza

Andreas Urs Sommer, che insegna filosofia all’università di Friburgo, non crede che siamo noi a pretendere troppo dalla vita. Secondo lui, il problema risiede nella quantità incredibile di possibilità che si aprono davanti a noi oggigiorno, e che noi cerchiamo disperatamente di cogliere. “Non riusciamo a concentrarci su una sola cosa. Le nostre aspettative vanno in tutte le direzioni. Vogliamo realizzarci personalmente, ma anche essere felici in famiglia e in coppia. Abbiamo ambizioni professionali, ma non vogliamo che il lavoro ci inghiotta. Mettere tutto insieme non é cosa da poco.”

Andreas Urs Sommer é un appassionato di stoicismo, una dottrina filosofica greca fondata nel 300 a.C. Gli stoici invitano ad accettare il nostro posto nella vita e a cercare la felicità in cio’ che é alla nostra portata, e su cui abbiamo influenza. La ricchezza o il potere non contano dunque davvero e le circostanze negative, quali la malattia o la povertà, non devono scalfire il nostro equilibrio interiore. Essendo difficili da evitare, é meglio provvedere in modo tale che non perturbino la nostra serena visione di vita. E’per questo che lo stoicismo puo’ anche aiutarci a gestire diversamente le nostre grandi speranze. Sommer precisa: “Per i filosofi greci, la ricerca della felicità sfinisce. Per questo, hanno pensato a delle strategie appropriate per raggiungere questo obiettivo. Una di queste é ridurre le proprie aspettative per non lasciare che ci divorino. Le possibilità di sentirci soddisfatti della nostra vita saranno allora molte di più.” Dovremmo anche cercare di essere più umili e pazienti verso cio’ che la vita ci offre. Non sappiamo cosa puo’ risultarne, alla fine.

Ah, l’amore…

Tutto questo ha senso per me, ma mi lascia anche perplessa. Perché mi piace l’idea dell’attesa, anche se poi spesso resto delusa. Una bella cena tra amici, delle belle vacanze in famiglia, un nuovo lavoro… Qualunque sia la cosa che attendo con impazienza, inizio già a pianificarla nei dettagli. Le nostre aspettative accendono in noi una fiamma, a volte grande, altre piccola, e provocano una sorta di “prurito”. Succede che gli eventi accadano esattamente come abbiamo immaginato. Ma se invece vanno in modo completamente diverso, abbiamo l’impressione che un secchio d’acqua fredda sia stato gettato su quella fiamma che ci animava e ecco qui che siamo improvvisamente delusi. Le vacanze, la cena o anche la storia d’amore perdono immediatamente la luce, diventano grigie e spente. Tutto questo perché confondiamo la realtà con l’immagine idealizzata che ne avevamo in testa.

Più ci rifletto, più vedo che le mie speranze sono una sorta di mosaico di quanto ho visto e vissuto nel corso della mia vita. Immagini di libri e film, la mia famiglia, i miei amici, la nostra cultura, la società… Tutto ha influenzato la mia visione di come la mia esistenza dovrebbe essere. Si tratta di idee e valori ai quali ho aderito volontariamente, ma di sicuro ce ne sono alcuni che ho accettato senza metterli in discussione. Idee come “la felicità consiste nell’avere due figli” o “a 40 anni bisogna avere una carriera avviata e possedere una casa”. E perché? Non dovremmo domandarci più spesso se queste aspettative corrispondono davvero alla vita che vogliamo? I valori che ci sono stati trasmessi hanno una grande influenza sulla nostra visione della vita. Ma questo non aumenta la pressione che già sentiamo? Non influenza il modo in cui guardiamo alla realtà? Non limita le nostre aspirazioni? Mi ricordo quando ero incinta, con la data del matrimonio già fissata. Tutto era perfetto, salvo che il mio futuro marito non aveva pensato di farmi una proposta ufficiale. Più la mia pancia cresceva, più il mio umore peggiorava. E non mi é nemmeno venuto in mente di prendere io stessa l’iniziativa. Alla fine, abbiamo passato due giorni senza parlarci, durante le nostre ultime vacanze senza figli. Perché mi sono auto-inflitta questo? Forse perché, riguardo l’amore, le nostre aspirazioni sono particolarmente alte. Soffro ogni volta insieme alla mia eroina preferita, Anna Karenina, anche se ho letto già tre volte il romanzo di Tolstoi.

Le sue aspettative irrealizzabili riguardo l’amore, la sua vita e chi la circonda le fanno perdere la ragione. Le circostanze la portano alla disperazione. Non puo’, e non vuole, accettare che la sua idea di felicità non corrisponde alla realtà della sua epoca. Ammiro Anna per il suo coraggio e la passione con cui affronta gli eventi. Allo stesso tempo, provo pietà per lei e mi dico “Per carità, Anna! La tua vita sarebbe stata meno tragica se tu fossi stata un po’più umile!”

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Uno sguardo differente

Ma esiste, in amore, un modo “giusto” di prendere le nostre aspettative? Io stessa, spesso non so cosa possa e debba aspettarmi dal mio cuore. A volte fa scherzi e mi rende (quasi) debole. Come il giorno in cui ho conosciuto, durante un concerto, un uomo strano, affabile e sicuro di sé. Non aveva nulla a che vedere con la mia vita – molto più giovane, studente e senza figli – ma nel giro di due ore mi ha fatto intravedere la prospettiva di un’altra esistenza. Come se l’amore fosse una nuova avventura. Quella sera, ho immaginato ogni possibilità con lui, solo perché era divertente. Quando sono rientrata a casa e ho visto gli abiti del padre dei miei figli sparsi sul divano come al solito, ho pensato che l’uomo del concerto di sicuro non avrebbe lasciato i suoi vestiti cosi’. Poi mi sono ricordata di una frase dello psicologo americano Dan Ariely: “Meno si conosce di una persona, più la si apprezza. Riempiamo i vuoti proiettando in essi i nostri desideri.” Ah, i miei desideri! Perché ci tengo cosi’tanto? E il mio compagno é davvero obbligato a realizzarli tutti? So bene che non serve a nulla sperare che lui prenda appuntamento dal pediatra, organizzi le vacanze, si interessi al mio lavoro. E nonostante cio’, ci spero comunque. E lui aspetta sempre che io compili la mia dichiarazione dei redditi e che sia più posata. Passiamo il nostro tempo a deluderci a vicenda. Perché giochiamo a questo gioco pur sapendo entrambi perfettamente che non ci sarà un vincitore? Senza dubbio, perché impostiamo priorità sbagliate.

Vittima di una grave depressione, l’americana Byron Katie ha realizzato un giorno che non poteva cambiare il mondo e che doveva accettarlo per com’era. Ha scoperto cosi’un’incredibile libertà. Ha sviluppato un metodo di auto-analisi che ha chiamato “The Work”, il lavoro. Si tratta di porsi alcune domande di base quando la situazione lo richiede, come “Come reagiro’credendo a questa idea?” Questo permette di capire se abbiamo accettato alcuni modelli o credenze. Possono essere grandi domande esistenziali o piccolezze quotidiane con le quali ci confrontiamo regolarmente. Mi innervosisco spesso perché mio marito lascia la sua posta sparsa sul tavolo. Secondo il metodo di Katie, dovrei orientare i miei pensieri in tutt’altra direzione. “Deve mettere via la posta” diventa “Non ha bisogno di metterla via”. Questo crea un differente approccio al problema. Ed é possibile che a quel punto io mi renda conto che ho sovraccaricato di aspettative l’immagine che ho di lui, e che io rifletta sul perché e da quale momento. Non é semplice! Alcuni amici che ci hanno provato mi hanno detto di essere sconfortati dalla facilità con cui sono poi ricaduti nei vecchi schemi mentali. E allo stesso tempo, hanno elogiato la libertà interiore guadagnata applicando questo metodo. Spero di riuscire a applicarlo io stessa.

E’quello che é

Mi domando spesso se sarebbe meglio sperare il meno possibile. Ma avere meno aspettative non significa forse vivere meno? O al contrario, l’esperienza é più forte se la viviamo con attenzione, in piena coscienza? Non si tratta certamente di non avere nessuna aspettativa. Né di aspettarsi il “buono”, perché chi puo’dire cosa lo sia? Parliamo di aspettative misurate, ragionevoli. E quindi di domandarsi se ne traiamo vantaggio, e a quel punto possiamo affidarci all’altro, sapendo cosa possiamo chiedergli e di cosa siamo capaci da soli… Cosa che implica una buona conoscenza di sé e del proprio coraggio.

Coraggio? Si, quello di affrontare sé stessi e gli altri. Quando possiamo confrontarci con certe cose impossibili. E’il nostro mondo, piuttosto duro ed esigente. A volte, ricordo con nostalgia il periodo – circa dodici anni fa – in cui uscivo spesso, lavoravo molto, vivevo a pieno. Durante quegli anni, malgrado un lavoro full-time, prendevo il tempo di fare tutte le cose eccitanti che mi aspettavo dalla vita. Ho conservato a lungo la sensazione esaltante di quel periodo. Fino a che ho compreso che cio’ che andava bene prima non ha più alcun ruolo nella mia vita attuale, nonostante la nostalgia che io ne possa avere.

Non é solo la nostra vita a cambiare; anche le nostre aspettative si modificano. E questo va bene. Oggi, il mio desiderio non é più di partecipare a serate in cui milioni di persone ballano fino alle cinque del mattino, e sono soddisfatta se i miei invitati vanno via a mezzanotte. In tutta onestà, ne sono felice perché potro’andare a letto presto e svegliarmi in forma l’indomani.

Oggi, adotto il motto del poeta Kurt Tucholsky: “Non aspettarti niente. L’oggi é la tua vita”.

-Traduzione mia-

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Goodbye and I choke

Stasera c’è un bel tramonto, ma non mi va di scattare nessuna foto.

Sarebbe una foto perfetta: gli adorabili tetti di Shuman, la sfumatura del cielo, la luce che scolora. Ma ci sono volte in cui la bellezza è meglio conservarla solo nella propria testa.

Renderla pubblica la sciupa, la consuma, la rende vulnerabile.

Sarà per questo che siamo così anche noi? Esposti e deboli.

Una campana di vetro sarebbe più conveniente, un’esistenza più sussurrata, senza ansie di condivisione e senza giudizi universali che piovono dall’alto su ciò che si vede – ma solo in superficie.

Vorrei una vita che non riesco ad avere, e non è una questione di luoghi. Forse è una questione, invece, di tempi, e più probabilmente di fortuna.

Vorrei una vita che non riesco ad avere e quindi nel frattempo provo a stare bene nella mia, con tutte le difficoltà del caso. E si sa che quando provi a farti andare bene quello che ti capita, ma non ti capita quello che vorresti, ad ogni passo rischi una caduta e ad ogni spigolo ti procuri un livido.

Quando non sei felice, la felicità altrui è insopportabile, eppure io provo a gioirne comunque. Quando non vedi che buio, ti disabitui alla luce e anche il raggio che filtra per sbaglio ti da’fastidio agli occhi. Eppure io non mi nascondo dal sole, anzi.

Ho pensato che questa città non voglio odiarla mai, qualunque cosa dovesse capitarmi qui, qualunque cosa dovessi perdere. Non voglio odiarla mai, perché finora mi ha dato tanto senza che io le chiedessi nulla, senza che io avessi nessuna aspettativa.

Il rispetto, l’accettazione, le storie che si sono incrociate con la mia e per cinque minuti mi hanno fatta sentire compresa. I parchi, le corse mattutine, il chai-latte, le infinite lingue mescolate nei mercati, la sensazione che tutto sia ancora possibile, sempre. Tutte le volte che voci sconosciute su cui ho vomitato le mie ansie di giudizio e fallimento mi hanno risposto ma di che ti preoccupi? Ma non vedi che è tutto solo nella tua testa? Ma per quale motivo questo dovrebbe essere un problema? I tetti, i comignoli fumanti, le gauffres e le porte color pastello. L’appartenenza, pur essendo l’ennesima estranea piombata qui per scappare da qualcosa, i sorrisi della gente per strada senza nessun motivo specifico. Le notti libere, dove tutto sembrava così lontano e niente così stretto. Le sere rassicuranti, con la tavola apparecchiata e qualcuno a farmi compagnia mentre cucino, innocente, disarmante, mentre mi chiede con un po’ di disperazione ma io proprio non capisco, perché non ti fidi?, guarda che i miei sogni sono tutti veri.

Non voglio odiarla mai perché io l’ho usata, l’ho scelta come méta per la mia fuga, come porto, come àncora di salvataggio quando stavo annegando e non potevo nemmeno più chiamare aiuto. E finora non è mai stata dura o impenetrabile, anzi, si è fatta subito familiare, le strade, i caffè, le linee della metro, persino i volti per strada, le épiceries ad ogni angolo.

Non voglio odiarla mai neanche se dovessi lasciarla, perché l’altra sera dall’aereo l’ho vista così bella, e sempre più bella man mano che ci avvicinavamo, un enorme reticolo di luci artificiali e ho pensato “un enorme reticolo di vite”, e qualcuno dietro di me ha detto in francese “questo è il Paese dove puoi essere chi vuoi” e lo trovo vero, profondamente vero. Anche quando sarai tu stesso a giudicarti, sarà confortante non sentirti giudicato.

Tu non giudicarmi mai, ed io non ti odierò mai.

E forse un giorno sarà così anche con le persone.

“Goodbye and I choke”

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AnniVersari

Ieri è stato un anniversario importante per questa città.

Ieri, un anno fa, io ero ancora in Italia, a lavoro, in ufficio alle nove di mattina (e in ritardo, come sempre) senza aver avuto il tempo di controllare Internet o ascoltare nessun notiziario.

Ero solita viaggiare spesso pero’, e quasi sempre con destinazione Bruxelles. Ecco perché, dalle nove di mattina, mentre accendevo il pc, ho cominciato a ricevere messaggi ovunque.

Dove sei? Stai bene?! Rispondi!!

Mi ci sono voluti dieci minuti per realizzare. Esplosione, attentato, metro, aeroporto, Bruxelles.

Ed è vero che finché non succede “a casa tua” tutto sembra lontanissimo e non ti senti davvero vulnerabile. Questa, un anno fa, non era ancora casa mia tecnicamente, ma la mia vita mi stava già preparando al fatto che lo sarebbe diventata. E quindi, mi si è fermato il cuore.

Ho iniziato a chiamare i miei amici e colleghi che vivevano qui, per assicurarmi che stessero bene, perché la metro, quella fermata… cosi’usata, cosi’vicina al nostro ufficio.

Ho passato l’intera giornata a telefono, guardando le immagini, senza riuscire a lavorare, e con un unico, irrazionale pensiero: voglio prendere l’aereo. Perché quando le cose e le persone che per te contano sono a rischio, la sola cosa che vuoi fare è essergli vicino, non importa se questo significhi buttarsi al centro del vulcano. L’aereo poi l’ho preso, un paio di settimane dopo, quando la tensione era scesa un po’.

E un anno dopo, sono qui. L’anno scorso avevo un sogno ma mi sembrava troppo folle e troppo lontano da realizzare. Invece, 365 giorni dopo, Bruxelles è bella, col sole che spinge per venir fuori, le temperature che si alzano (piano piano eh, al ritmo belga!) e la luce che si fa più prepotente. Lei è bella e io sono dove avrei voluto essere, e dove ancora voglio essere, anche quando è difficile.

Se ci pensate, 365 giorni sono pochissimi per la quantità e la grandezza dei cambiamenti che possono contenere. A volte mi spaventa quanto tutto sia volubile, quanto tutto possa diventare il suo esatto opposto in poco tempo – sentimenti, paesaggi, esistenze intere -, poi invece capisco che in realtà questa è la sola reale speranza che abbiamo.

Oggi ti amo e domani potrei detestarti, ma cosa c’è di sbagliato? L’importante è assecondarsi, senza fingere. Ascoltarsi, perché è il solo modo per trovare risposte oneste.

Ho avuto questa conversazione casuale, un paio di giorni fa, con una persona – imperfetta, ma molto bella dentro, e coraggiosissima – che ha deciso di lasciare tutta la vita che stava vivendo, il lavoro, la casa, il suo compagno, perché si é interrogata e si é risposta che vuole fare altro, almeno per ora.

Perché il segreto è questo. “Ora” è quello che abbiamo. L’ho capito un po’tardi, ma come si dice: meglio tardi che mai.

E vorrei stampare le sue parole in tutte le lingue che conosco, farne dei volantini e distribuirli in questa città che rifiorisce e che accoglie una indescrivibile quantità di esseri umani diversi con i loro sogni, aspirazioni, speranze, incubi e peccati.

“…E magari puo’essere che costruiamo qualcosa per cinque, per dieci anni, e gli dedichiamo tutto il nostro impegno e i nostri sforzi, e poi non funziona più. Ma dov’è il problema?! La vita è questo. Momenti, persone, sensazioni, tutto va e viene. Quindi io ti dico, ma tu perché non vivi e basta? Se devi rimpiangere qualcosa, almeno sarà qualcosa che hai fatto. Who cares!”

Au pays de la biere l’amour coule a flot

 

Attendere non mi piace. In genere sono impaziente, anche se sto cercando di domare questo scomodo tratto del carattere.

E un’altra cosa che non mi piace e’disattendere. Le aspettative, in particolare. Questo pericoloso cibo spazzatura con cui ci nutrono, e continuiamo a nutrirci una volta cresciuti, su come tutto andra’ e deve andare, su come ad ogni azione corrisponde una reazione equivalente e proporzionata.

Le aspettative disattese sono state, finora, la cosa che mi ha procurato piu’malessere nella mia intera esistenza. Poi ho deciso di smettere di averne, improvvisamente, e adesso sono in questo limbo in cui, fondamentalmente, aspetto – non so nemmeno io cosa, ma non saprei cos’altro fare – e disattendo. Sono finita a fare le due cose che meno amo, dopo una vita a scandire tempi e correre dietro alle scadenze, terrorizzata dal fatto che scadessero.

Eppure, le cose succedono comunque.

A volte basta una canzone, altre volte e’uno sguardo che apre porte che e’meglio restino chiuse. A volte e’un consiglio piovuto dal cielo, nemmeno voluto, che riallinea tutto sull’asse in cui tutto dovrebbe stare. La speranza.

Non ce lo diciamo, ma tutto ruota intorno a questo. Non smettiamo mai di sperare. Che le cose migliorino, che noi miglioriamo. Speriamo di cambiare, di non cambiare mai, di riuscire finalmente a fare quel viaggio, di trovare lavoro, di cambiare lavoro, di trovare la persona giusta, di ritrovarla se l’abbiamo persa, di diventare coraggiosi, di vivere la grande svolta che sembriamo aspettare da sempre.

Forse e’questo il vero istinto di sopravvivenza umano.

Oggi pero’e’venerdi’. Sono rintanata nel mio maglione blu, morbido e un po’troppo lungo, quello di quando voglio nascondermi. Il the’alla menta si e’fatto amaro nella tazza, dovrei decidermi a passare alla birra, visto che questa ne e’la patria, ma proprio non mi piace. Ci sono meno tre gradi ma il cielo e’color carta da zucchero, azzurro leggermente velato. Manca una settimana prima che io cambi vita, di nuovo. Ormai non faccio che questo. Cambio vita ogni sei mesi e prima o poi trovero’la mia, quella da vivere. Nel frattempo pero’attendo, disattendo e spero.

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Minus cu minus fac plus

Volevo scrivere di tante cose, troppe a dire il vero, e si sa che chi troppo vuole nulla stringe, quindi alla fine ho fatto passare i giorni e la pagina è rimasta bianca.

Poi è domenica, la tisana è nella tazza, tutto è più o meno pronto per l’inizio di un’altra settimana – tutto e io non lo so, ma lo sarò mai? Sarò mai convinta di esserlo? – e allora ho deciso che era il momento giusto, quello che o lo afferri o lo lasci passare, quello con la colonna sonora perfetta.

Per qualche giorno ho cambiato prospettiva, e ho potuto ricordare che alcuni amori forse sono fatti per essere vissuti a distanza, è il meglio che puoi fare per loro: vegliarci da lontano, ricordarli ogni giorno per quello che ti hanno dato e poi lasciarli andare, perché forse il tuo posto è altrove e forse non vi capirete mai pur amandovi sempre. Perciò ho ripreso l’aereo e sono ripartita, dopo un sorso all’ultima tazzina di caffè macchiato con nostalgia, risentimento e un po’ di rabbia. Quella non passa, forse non potrò digerirla mai.

16117186_10211968861959357_2112781683_nE’caduta la neve, fitta e leggerissima, e la città è diventata un presepe di ghiaccio con le sue luci e i suoi comignoli fumanti tutti perfettamente allineati, i tetti rossi un po’ meno vividi, e la neve fa questa magia di rendere una notte alla luce di una lampada fioca, una coperta e un film già visto talmente perfetti da illudersi che il mondo si fermi in quel momento, che non c’è giudizio, errore, paura, che conta solo la felicità di quell’istante e forse non farà mai alba e non si dovrà mai fare i conti con le conseguenze, le responsabilità, le (in)decisioni sbagliate.

E poi la vita va avanti anche sotto uno strato di brina, i colori del mercato di Flagey non si spengono, le voci, il vapore dalle bocche che parlano ciascuna la propria lingua, l’abitudine che diventa dolce e ti coccola anche quando hai paura, la gentilezza di uno sconosciuto che ti lascia passare, una cena con un’amica conosciuta mesi fa dentro un aereo in ritardo, che sorride tanto e ti abbraccia e ti dice com’è bello rivederti, e vi raccontate tutta una vita in due ore e pensi che quest’incantesimo, questi intrecci casuali sono quello che ti tengono viva, e finalmente respiri perché spieghi quello che hai dentro e non vieni considerata pazza, né eccessiva, né stonata, ma vieni compresa almeno in parte e questo è come un cerotto su un cuore graffiato – e io sul  mio i graffi li sento tutti, sempre.

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E allora speri, per la prima volta, che la matematica non sia un’opinione e che meno più meno faccia più, che uno sbaglio più uno sbaglio diventi una cosa giusta, un sogno realizzato, un dettaglio adatto al quadro. Speri che tentare e sperare siano due azioni che alla fine verranno premiate, molto più che fermarsi e aspettare, nascondersi e avere paura. Speri di avere un giorno un comignolo fumante e un tetto rosso e mille di quelle notti con la coperta e la luce fioca, ti arrabbi perché non sai lasciar andare questo sogno così antiquato e poi invece ti arrabbi perché proprio non vuoi lasciarlo andare, a qualunque costo.

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E poi arriva domenica, e un’altra settimana comincia tra poche ore e finalmente ho scritto – non tutto quello che avrei voluto, ma almeno una parte.

Restano fuori le notti freddissime e stellate dalla finestra di casa mia, quelle che non si possono mai raccontare, gli abbracci che non ho dato e continuo a tenere nelle mani e prima o poi sarò coraggiosa anche per far questo, le solitudini che imparo ad ingoiare e gli attimi perfetti che mi terrorizzano per la troppa bellezza.

Resta fuori questa sera, una sera serena, dalla mia finestra guardo un pezzo di presepe e la canzone dice le cose che chiunque vorrebbe sentirsi sussurrare d’inverno, tutti gli inverni della propria vita.

Tu eşti refrenul, iar eu te cânt

Good luck my baby

Via via
vieni via di qui
niente più ti lega a questi luoghi
neanche questi fiori azzurri
via via, neanche questo tempo grigio
pieno di musica
e di uomini che ti son piaciuti
It’s wonderful, it’s wonderful, it’s wonderful
good luck my baby

Ho pensato che ad una citta’, come alle persone, bisogna dare un’opportunita’, e che nel 90% dei casi le persone ti deluderanno, ma poco importa, forse l’importante ad un certo punto e’solo saperlo, e dalla citta’puoi sempre scappare ma non dovresti, perche’non e’colpa sua.

Ho pensato a quale potrebbe essere la storia di una cassiera che e’sempre gentile, sempre sorridente anche a fine turno e trova il tempo di augurarti buona serata, nonostante i capelli – ricci – un po’incasinati e la stanchezza e ancora molto da riordinare prima di poter chiudere e andare a casa. Ho pensato che magari e’innamorata, e l’amore, se e’giusto, ha il potere di renderti piu’tollerante, piu’sorridente, anche se ti svegli alle sei di mattina e attraversi tutta la citta’per andare a lavoro.

Ho pensato che vorrei poter imbottigliare la sensazione bellissima di quando la sera e’perfetta, fredda come dicembre deve essere ma non intollerabile, luci ne’troppo fioche ne’troppo accese, io ho gia’fatto la spesa, pulito casa, e sono pronta per la tazza di the’alla mora e quella canzone che e’tutto il giorno che voglio ascoltare.

Ho guardato i tetti di Bruxelles alle otto di mattina, da una finestra, e la vista era assolutamente perfetta, con quel cielo di latta anche se poi e’uscito il sole, il fumo dai camini, il rosso spento dei mattoni, e ho immaginato le famiglie intente a fare colazione, perfette in questo loro angolo di mondo, ed e’stato inevitabile chiedermi se prima o poi mi sentiro’cosi’anch’io, ogni domenica.

Ho accettato che ci sono cose che considero veri e propri fallimenti nella mia vita, e faranno male finche’non cambieranno, e se non cambieranno mai be’, sono quasi sicura che faranno male in eterno, e nonostante questa previsione accurata di dolore non posso cambiarle, non posso forzarle, non posso accellerarle.

Ho realizzato che io sono fatta per quel momento in cui, seduta ad un tavolo di una piccola brasserie, fuori il vento e due gradi, con il cibo che nel piatto e’sempre troppo e la birra alla ciliegia che non mi piacera’mai quanto una tisana, parli con qualcuno di tutto e di niente, parli e c’e’sempre qualcosa di cui parlare, qualcos’altro da imparare, un dettaglio che non sapevi fino a cinque minuti prima, e allora tutto rimane un po’nuovo ma intanto non ti vergogni di masticare, di bere un sorso di troppo, di ridere in modo poco elegante. Sono fatta per quel momento, e per nessun altro momento: la serafica appartenenza che calma, tranquillizza e rassicura, e allora mi sono chiesta quanto sia poi sbagliato questo se e’in grado di concludere perfettamente anche la peggiore delle giornate.

A quest’ultimo quesito ovviamente non ho trovato risposta, ma mi perdono, non posso rispondermi sempre a tutto, ho passato una vita a farmi domande, ho voluto fortemente che questo posto fosse la mia pausa dal mondo prima di trovare una via (e se fosse questa la via?), non voglio rovinare tutto adesso.

Ho deciso che ci starebbe bene un tatuaggio, perche’qualcuna delle mille cose che provo dovro’pure scriverla da qualche parte per far si’che resti, e allora niente come cucirmela addosso.

Ho accettato che il sapore delle parole in una lingua che non e’la mia, in tutte le lingue che neanche conosco, e’il richiamo del pifferaio magico per me, e forse sono nata per questo e forse e’vero che nulla accade per caso.

Good luck my baby.

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LOVE ON THE WEEKEND

Domenica mattina, in un freddo accettabile, sono andata al mercato in una delle mie piazze preferite. Come sempre era pieno di gente, di vapore che si alzava dal cibo, di profumi, di lingue diverse. C’erano le vecchiette con le loro tenute improbabili e colorate a comprare noci e verdura per il pranzo, c’erano i turisti ad assaggiare le gauffres vanille calde, c’erano quelli come me, pigri piu’del solito, sciarpa fino alle orecchie e zero voglia di cucinare, a decidere se fare colazione o pranzare.

Io, alla fine, ho fatto entrambe le cose. In genere per me la colazione  e’sacra, quella della domenica e’un regalo a me stessa per chiudere bene l’ultimo giorno del weekend: e allora un enorme caffe’latte speculoos e un’altrettanto enorme gauffre che ho divorato con soddisfazione fino all’ultimo morso, insieme a due bellissimi gemelli biondi seduti vicino a me e cosparsi di zucchero appiccicoso dalla testa ai piedi. Dei tre, di sicuro sono stata l’unica a sentirsi in colpa per le calorie, beati loro. Alla fine, dopo una passeggiata, sono tornata per il pranzo e lo stand greco ha vinto sugli altri: lo tzaziki fresco e le polpette di zucchine sono state un’ottima scelta.

Non mi sono quasi accorta di come sia passato veloce il fine settimana, la citta’ormai completamente immersa nel Natale, meravigliosi spettacoli di luci ad ogni angolo, i mercatini, gli addobbi e un sacco di gente felice che cammini e ti chiedi chi, in questo mondo che va a rotoli, possa essere cosi’vuoto e arido da trovare una giusta causa per voler intenzionalmente spezzare questo meraviglioso e delicato equilibrio di tolleranza e convivenza. Siete pazzi, se non vedete la meraviglia oppure se volete comunque distruggerla. Siete pazzi e non meritate alcuna pieta’o comprensione.

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C’e’ un’infinita’di cose che questo Paese mi insegna, e la prima di tutte e’che e’davvero possibile vivere non assegnando nessuna precisa connotazione a seconda di religione, razza, nazionalita’ed eta’. Qui ci si sente come sospesi in una bolla fuori dal comune tempo e spazio; essere italiani, albanesi, francesi, greci o rumeni non e’altro che una parola. Non fa di te null’altro se non quello che e’visibile, o che dimostri. Per questo e’un posto in cui in cosi’tanti provano a realizzare sogni che altrove risulterebbero ridicoli. Le proporzioni sono altre, differenti, e mi fanno davvero sperare che un giorno il mondo possa essere cosi’. Uno, enorme, composto da sole persone, al di la’di ogni utopia da cartellone delle scuole elementari. Sarebbe cosi’semplice, eppure. Eppure, a partire dal mio stesso Paese, sembra una cosa complicatissima.

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C’e’una cosa che rende possibile sentirsi a casa, anche quando casa “quella vera” e’lontana chilometri. Per anni, per il mio caffelatte della colazione ho usato sempre la stessa tazza. Credevo che, usandone un’altra, sarebbe cambiato il sapore, l’importanza del rito, la confortevolezza dell’abitudine. Bene, la tazza non e’venuta con me quando tre mesi fa ho fatto i bagagli. Ne ho comprata un’altra, per praticita’, e non ho mai piu’ripensato alla precedente, che forse staranno usando mia madre o mia sorella. Eppure il caffelatte e’buono ugualmente, la colazione rimane il mio pasto preferito e con quella tazza calda tra le mani io la mattina, mentre cerco di stimare di quanto saro’in ritardo quel giorno, mi sento a casa comunque. Guardo fuori dalla finestra, faccio il countdown al prossimo fine settimana, al Natale, a un momento piacevole, decido quale maglia indossare. E realizzo che “casa” e’lo stato mentale di quando, serenamente, stai provando ad essere il piu’felice possibile. Ovunque e comunque tu lo stia facendo. Soprattutto se sei finito dentro una magica bolla di sapone in un Altro Quando.

Per rispetto a tutta questa bellezza, a tutta questa umanita’, provarci e’d’obbligo.

2

“It’s a Friday, we finally made it
I can’t believe I get to see your face
You’ve been working and I’ve been waiting
To pick you up and take you from this place

Love on the weekend
Like only we can

…And I’ll be dreamin’ of the next time we can go
Into another seratonin overflow”