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Lunedi’ mattina, pioggia, sei gradi, aria già natalizia, voglia di casa, voglia di tepore, coperte, film. Mi godo questo momento di immoralità, questo mio peccatuccio da quattro soldi perché alla scrivania rubo tempo retribuito per dar voce ai miei pensieri che non cambieranno il mondo né lo renderanno un posto migliore.

Ma a ciascuno i suoi vizi, giusto? Io ho un latte macchiato quasi finito, le cuffie e questa che rende più appropriate le gocce sul vetro della mia grande finestra al quinto piano, e tante cose non dette/non scritte che ancora non hanno trovato un cassetto in cui riposare. Ho scritto altro, carta e penna, penne colorate per essere precisi, qualcosa che posso sfogliare di nuovo e vergognarmi per quanto io sappia essere, all’occorrenza ed a seconda dei casi, ingenua, pesante o recidiva.

Sono tante le cose che, in quanto essere umani, tendiamo a dimenticare e che dovremmo invece ricordarci quotidianamente. A volte ancora mi sorprendo di me stessa perché negli ultimissimi anni mi é davvero successo di resettare la mia più recente memoria storica portandola quasi a zero. Ho interamente cancellato pezzi della mia esistenza di cui, oggi, non posseggo altro che il retrogusto a posteriori – che molto spesso é amaro, più raramente agrodolce. Il punto é che mi va bene, non volevo più quei ricordi, ma con essi se ne sono andate anche molte delle lezioni apprese che avrei invece dovuto conservare. La verità é che impariamo poco e male, che siamo creature imperfette ma anche molto testarde, perché invece tendiamo a sopravvalutarci e a non vedere, non vederci.

Ma, a parte questa digressione, i miei più recenti pensieri si sono concentrati, come spesso accade, su momenti di inaspettata bellezza e affascinante perfezione che mi é capitato di vivere, inaspettatamente. Dopo oltre un anno, questa città fa ancora la sua magia, cammini, stai congelando, c’é il vento e piove e sei in ritardo e la metro é lontana ma poi ti giri in un angolo e PAF!, c’é talmente tanto splendore che ti chiedi perché hai perso tempo a pensare al freddo. Le cose che mi tengono viva, non in senso biologico, sono talmente tanto piccole, insignificanti nel generale quadro gigante dell’esistenza, che serve davvero focalizzarsi per rendersene conto. La tazza di caffé caldo in quella caffetteria sconosciuta e quindi mai affollata, le luci che qui hanno qualcosa in più soprattutto intorno alle sei, i colori dell’autunno che non si arrendono all’inverno, i piedi intrecciati sul divano mentre la puntata della mia serie mi teletrasporta altrove, non sono neanche più qui, neanche più con te, perché se é bello viversi a volte é altrettanto necessario dimenticarsi.

Ho pensato che il trucco é questo, ricordarsi di tanto in tanto perché abbiamo amato qualcosa, una casa, una città, una persona, ricordare almeno una singola ragione anche nel giorno in cui la amiamo di meno, la amiamo peggio. Ricordare perché abbiamo iniziato un viaggio, anziché interromperlo perché la motivazione non é più quella del primo giorno. Ho tatuato la parola “dimenticare” addosso perché ho creduto che fosse la chiave del successo, ma in realtà a volte realizzo che nel ricordo sta la riuscita. Bisogna essere selettivi anche nel dimenticare, dimenticare con ragione, con un senso, con un motivo. Non solo per noia o perché il tempo é passato.

Poi, ovviamente, ci sono cose che é bene dimenticare senza filtri, spazzare via come le foglie sotto questa pioggia che non ha smesso di scendere mentre io pensavo a come ordinare le parole rendendole frasi di senso compiuto. Ho scelto consapevolmente di dimenticare qualche disillusione, il senso di delusione alla scoperta di alcune verità, l’amaro gusto del disgusto nell’osservare silenziosamente alcuni giochi di chi crede di avere la vita in pugno solo perché ha deciso di stare dalla parte della non-verità – che é, senza dubbio, cosa molto più semplice che dire sempre cio’che si pensa, agire coerentemente e tentare di essere un essere umano decente (quasi) ogni giorno.

Insomma, vivo nel (dis)equilibrio perenne tra il ricordo e l’oblio, cosa tenere e cosa buttare, mentre piu’o meno inconsapevolmente costruisco i ricordi del futuro, quando ancora una volta, come oggi, mi trovero’a decidere cosa vale la pena salvare e cosa cancellare.

E, funny thing, questa resterà sempre una scelta che possiamo fare a metà: perché ci sono cose che s’incrostano alle nostre pareti cerebrali anche quando vorremmo disperatamente mandarle via, cosi’come alcuni profumi, sentimenti e speranze che, più o meno diluiti, avremmo voluto conservare ma si sono invece dissolte nell’aria.

Chissà dove, chissà quando.

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Le nostre (troppo) grandi aspettative

A volte, quando hai da dire troppo, scegli di non farlo affatto. E poi ti imbatti in parole altrui, che ti colpiscono, ti rubano i pensieri mentre cerchi di goderti la tua ora di relax post-lavoro sul divano, con una tazza di thé e la luce che in questo paese resiste fino a tardi.

Quindi oggi non scrivo: traduco.

Articolo di Merle Wuttke, pubblicato su Flow, Maggio-Giugno 2017

A volte mi succede di essere sommersa da un sentimento di disappunto, anche se solo qualche istante prima ero di buon umore. Sento improvvisamente una specie di colpo al cuore, e ho l’impressione di cadere in un buco nero, senza sapere davvero perché.

Mi é successo l’altro giorno.

All’uscita dall’ufficio, ho pedalato per venti minuti sotto la pioggia battente. Ero gelata, sognavo solo una tazza di thé bollente. Arrivando a casa, ho sentito la mia famiglia parlare allegramente intorno al tavolo. Bagnata fradicia, mi sono avvicinata, ma mio marito e i miei figli mi hanno salutata appena. La cucina era sottosopra. Ho sentito di nuovo quel buco nero… Senza proferire parola, mi sono chiusa in bagno.

Forse le mie aspettative sono troppo grandi? Non adeguate? Avevo immaginato il mio rientro in maniera diversa, ma é questa una buona ragione per essere cosi’delusa e arrabbiata? Mi sono seduta in bagno, sopraffatta dai miei sentimenti e dalle mie speranze. Perché non mi sono semplicemente asciugata e cambiata prima di raggiungere gli altri? Perché ho lasciato che la mia delusione prendesse il sopravvento?

Nel corso della serata, ho pensato a tutte le volte in cui ho nutrito aspettative simili. Verso mio marito, i miei figli, la mia migliore amica, il mio capo, me stessa… E si, anche verso il meteo. Perché questo? Ha senso tutto cio’?

Mi sono chiesta quando fosse stata l’ultima volta in cui gli avvenimenti siano andati esattamente secondo le mie speranze. La risposta é stata “tanto tempo fa”. Forse trascuro alcune cose, oppure ho aspettative troppo alte.

Prendere la vita con pazienza

Andreas Urs Sommer, che insegna filosofia all’università di Friburgo, non crede che siamo noi a pretendere troppo dalla vita. Secondo lui, il problema risiede nella quantità incredibile di possibilità che si aprono davanti a noi oggigiorno, e che noi cerchiamo disperatamente di cogliere. “Non riusciamo a concentrarci su una sola cosa. Le nostre aspettative vanno in tutte le direzioni. Vogliamo realizzarci personalmente, ma anche essere felici in famiglia e in coppia. Abbiamo ambizioni professionali, ma non vogliamo che il lavoro ci inghiotta. Mettere tutto insieme non é cosa da poco.”

Andreas Urs Sommer é un appassionato di stoicismo, una dottrina filosofica greca fondata nel 300 a.C. Gli stoici invitano ad accettare il nostro posto nella vita e a cercare la felicità in cio’ che é alla nostra portata, e su cui abbiamo influenza. La ricchezza o il potere non contano dunque davvero e le circostanze negative, quali la malattia o la povertà, non devono scalfire il nostro equilibrio interiore. Essendo difficili da evitare, é meglio provvedere in modo tale che non perturbino la nostra serena visione di vita. E’per questo che lo stoicismo puo’ anche aiutarci a gestire diversamente le nostre grandi speranze. Sommer precisa: “Per i filosofi greci, la ricerca della felicità sfinisce. Per questo, hanno pensato a delle strategie appropriate per raggiungere questo obiettivo. Una di queste é ridurre le proprie aspettative per non lasciare che ci divorino. Le possibilità di sentirci soddisfatti della nostra vita saranno allora molte di più.” Dovremmo anche cercare di essere più umili e pazienti verso cio’ che la vita ci offre. Non sappiamo cosa puo’ risultarne, alla fine.

Ah, l’amore…

Tutto questo ha senso per me, ma mi lascia anche perplessa. Perché mi piace l’idea dell’attesa, anche se poi spesso resto delusa. Una bella cena tra amici, delle belle vacanze in famiglia, un nuovo lavoro… Qualunque sia la cosa che attendo con impazienza, inizio già a pianificarla nei dettagli. Le nostre aspettative accendono in noi una fiamma, a volte grande, altre piccola, e provocano una sorta di “prurito”. Succede che gli eventi accadano esattamente come abbiamo immaginato. Ma se invece vanno in modo completamente diverso, abbiamo l’impressione che un secchio d’acqua fredda sia stato gettato su quella fiamma che ci animava e ecco qui che siamo improvvisamente delusi. Le vacanze, la cena o anche la storia d’amore perdono immediatamente la luce, diventano grigie e spente. Tutto questo perché confondiamo la realtà con l’immagine idealizzata che ne avevamo in testa.

Più ci rifletto, più vedo che le mie speranze sono una sorta di mosaico di quanto ho visto e vissuto nel corso della mia vita. Immagini di libri e film, la mia famiglia, i miei amici, la nostra cultura, la società… Tutto ha influenzato la mia visione di come la mia esistenza dovrebbe essere. Si tratta di idee e valori ai quali ho aderito volontariamente, ma di sicuro ce ne sono alcuni che ho accettato senza metterli in discussione. Idee come “la felicità consiste nell’avere due figli” o “a 40 anni bisogna avere una carriera avviata e possedere una casa”. E perché? Non dovremmo domandarci più spesso se queste aspettative corrispondono davvero alla vita che vogliamo? I valori che ci sono stati trasmessi hanno una grande influenza sulla nostra visione della vita. Ma questo non aumenta la pressione che già sentiamo? Non influenza il modo in cui guardiamo alla realtà? Non limita le nostre aspirazioni? Mi ricordo quando ero incinta, con la data del matrimonio già fissata. Tutto era perfetto, salvo che il mio futuro marito non aveva pensato di farmi una proposta ufficiale. Più la mia pancia cresceva, più il mio umore peggiorava. E non mi é nemmeno venuto in mente di prendere io stessa l’iniziativa. Alla fine, abbiamo passato due giorni senza parlarci, durante le nostre ultime vacanze senza figli. Perché mi sono auto-inflitta questo? Forse perché, riguardo l’amore, le nostre aspirazioni sono particolarmente alte. Soffro ogni volta insieme alla mia eroina preferita, Anna Karenina, anche se ho letto già tre volte il romanzo di Tolstoi.

Le sue aspettative irrealizzabili riguardo l’amore, la sua vita e chi la circonda le fanno perdere la ragione. Le circostanze la portano alla disperazione. Non puo’, e non vuole, accettare che la sua idea di felicità non corrisponde alla realtà della sua epoca. Ammiro Anna per il suo coraggio e la passione con cui affronta gli eventi. Allo stesso tempo, provo pietà per lei e mi dico “Per carità, Anna! La tua vita sarebbe stata meno tragica se tu fossi stata un po’più umile!”

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Uno sguardo differente

Ma esiste, in amore, un modo “giusto” di prendere le nostre aspettative? Io stessa, spesso non so cosa possa e debba aspettarmi dal mio cuore. A volte fa scherzi e mi rende (quasi) debole. Come il giorno in cui ho conosciuto, durante un concerto, un uomo strano, affabile e sicuro di sé. Non aveva nulla a che vedere con la mia vita – molto più giovane, studente e senza figli – ma nel giro di due ore mi ha fatto intravedere la prospettiva di un’altra esistenza. Come se l’amore fosse una nuova avventura. Quella sera, ho immaginato ogni possibilità con lui, solo perché era divertente. Quando sono rientrata a casa e ho visto gli abiti del padre dei miei figli sparsi sul divano come al solito, ho pensato che l’uomo del concerto di sicuro non avrebbe lasciato i suoi vestiti cosi’. Poi mi sono ricordata di una frase dello psicologo americano Dan Ariely: “Meno si conosce di una persona, più la si apprezza. Riempiamo i vuoti proiettando in essi i nostri desideri.” Ah, i miei desideri! Perché ci tengo cosi’tanto? E il mio compagno é davvero obbligato a realizzarli tutti? So bene che non serve a nulla sperare che lui prenda appuntamento dal pediatra, organizzi le vacanze, si interessi al mio lavoro. E nonostante cio’, ci spero comunque. E lui aspetta sempre che io compili la mia dichiarazione dei redditi e che sia più posata. Passiamo il nostro tempo a deluderci a vicenda. Perché giochiamo a questo gioco pur sapendo entrambi perfettamente che non ci sarà un vincitore? Senza dubbio, perché impostiamo priorità sbagliate.

Vittima di una grave depressione, l’americana Byron Katie ha realizzato un giorno che non poteva cambiare il mondo e che doveva accettarlo per com’era. Ha scoperto cosi’un’incredibile libertà. Ha sviluppato un metodo di auto-analisi che ha chiamato “The Work”, il lavoro. Si tratta di porsi alcune domande di base quando la situazione lo richiede, come “Come reagiro’credendo a questa idea?” Questo permette di capire se abbiamo accettato alcuni modelli o credenze. Possono essere grandi domande esistenziali o piccolezze quotidiane con le quali ci confrontiamo regolarmente. Mi innervosisco spesso perché mio marito lascia la sua posta sparsa sul tavolo. Secondo il metodo di Katie, dovrei orientare i miei pensieri in tutt’altra direzione. “Deve mettere via la posta” diventa “Non ha bisogno di metterla via”. Questo crea un differente approccio al problema. Ed é possibile che a quel punto io mi renda conto che ho sovraccaricato di aspettative l’immagine che ho di lui, e che io rifletta sul perché e da quale momento. Non é semplice! Alcuni amici che ci hanno provato mi hanno detto di essere sconfortati dalla facilità con cui sono poi ricaduti nei vecchi schemi mentali. E allo stesso tempo, hanno elogiato la libertà interiore guadagnata applicando questo metodo. Spero di riuscire a applicarlo io stessa.

E’quello che é

Mi domando spesso se sarebbe meglio sperare il meno possibile. Ma avere meno aspettative non significa forse vivere meno? O al contrario, l’esperienza é più forte se la viviamo con attenzione, in piena coscienza? Non si tratta certamente di non avere nessuna aspettativa. Né di aspettarsi il “buono”, perché chi puo’dire cosa lo sia? Parliamo di aspettative misurate, ragionevoli. E quindi di domandarsi se ne traiamo vantaggio, e a quel punto possiamo affidarci all’altro, sapendo cosa possiamo chiedergli e di cosa siamo capaci da soli… Cosa che implica una buona conoscenza di sé e del proprio coraggio.

Coraggio? Si, quello di affrontare sé stessi e gli altri. Quando possiamo confrontarci con certe cose impossibili. E’il nostro mondo, piuttosto duro ed esigente. A volte, ricordo con nostalgia il periodo – circa dodici anni fa – in cui uscivo spesso, lavoravo molto, vivevo a pieno. Durante quegli anni, malgrado un lavoro full-time, prendevo il tempo di fare tutte le cose eccitanti che mi aspettavo dalla vita. Ho conservato a lungo la sensazione esaltante di quel periodo. Fino a che ho compreso che cio’ che andava bene prima non ha più alcun ruolo nella mia vita attuale, nonostante la nostalgia che io ne possa avere.

Non é solo la nostra vita a cambiare; anche le nostre aspettative si modificano. E questo va bene. Oggi, il mio desiderio non é più di partecipare a serate in cui milioni di persone ballano fino alle cinque del mattino, e sono soddisfatta se i miei invitati vanno via a mezzanotte. In tutta onestà, ne sono felice perché potro’andare a letto presto e svegliarmi in forma l’indomani.

Oggi, adotto il motto del poeta Kurt Tucholsky: “Non aspettarti niente. L’oggi é la tua vita”.

-Traduzione mia-

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