“When you’re still waiting for the snow to fall… it doesn’t really feel like Christmas at all”

La città si prepara al Natale, ed io con lei.

Il passaggio dall’autunno all’inverno quasi non si fa sentire: i colori virano dolcemente dal rosso e oro vivo all’indefinibile tonalità grigio ghiaccio della stagione che tutto congela.

A dispetto di tutti gli avvertimenti che mi sono stati dati, il freddo vero non e’ancora arrivato e mi sento fortunata quando, uscendo da lavoro, la serata (con giaccone addosso e sciarpa intorno al collo, ovviamente, perché io sono una freddolosa cronica a prescindere) e’ ancora piacevole e le luci si abbassano pian piano.

Intanto, in centro tutto inizia a scintillare. Da piccola adoravo il Natale, non vedevo l’ora arrivasse e non potevo resistere a tutto il carrozzone dei regali, i pacchetti, le compere dell’ultimo minuto. Nel tempo ho perso un po’ d’entusiasmo, ma essere qui, in questo posto in cui Babbo Natale sembra vivere un po’piu’vicino, mi rende di nuovo una bambina felice.

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A ridosso del Natale dell’anno scorso, quando la mia vita aveva appena iniziato a cambiare, mi trovavo qui per lavoro e non potevo credere ai miei occhi: tanta bellezza, tanto luccichio, un sacco di gente e di buste coi fiocchi, e un profumo di churros, mele caramellate, vin chaude e gauffres che uscire senza mangiare nulla era assolutamente impossibile. C’e’ un’altra cosa che adoro del trovarmi in una città cosi’ multiculturale, ed e’quella di avere a disposizione praticamente tutto il cibo del mondo: i mercati sono pieni di bancarelle con piatti tipici marocchini, indiani, europei, italiani, libanesi, thai e davvero qualunque varietà possiate  immaginare.Scegli in che posto del mondo vuoi cenare oggi, ti basta scendere sotto casa.

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Quest’anno, dopo un po’ di tempo perso, credo che il Natale mi restituirà qualcosa indietro. Una piccola parte di tutto l’entusiasmo che gli ho dedicato, e anche un pizzico di magia. Prenderò l’aereo per tornare a casa solo dopo essermi goduta la mia pausa dal mondo, qui, lontana da ricordi e aspettative, dove comunque tutto continua ad essere possibile e dove, a distanza di quasi tre mesi, non ho avuto nessun tipo di pentimento, nemmeno nei giorni peggiori. Quelli migliori restano ancora a metà tra un miracolo e un dono.

Intanto, aspetto che nevichi sulla mia piazza delle favole.

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Paris

Alcuni miti non vogliamo sfatarli.

Come quello della ville lumière, ad esempio. La citta’piu’bella al mondo (e anche piu’fredda, ma questo e’un altro discorso), piu’romantica, piu’luminosa.

Ed io confermo, e’tutto vero.

Non ci ero mai stata prima eppure per anni l’ho sognata, immaginandola in ogni particolare. E giuro, in trent’anni di vita e’stata una delle poche cose che non ha disatteso le mie aspettative – anzi, le ha superate.

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Parigi e’un posto dove ogni angolo vale una foto. Dove cammini e il vento ti taglia la faccia, ma questo non ti impedisce di andartene in giro col naso all’aria perche’la bellezza e’tanta, troppa, quasi insolente. Non dice niente sottovoce, grida tutto. L’arte, la storia, l’architettura, tutto e’evidente e tutti i cliché sono rispettati. I parigini con la puzza sotto al naso e la baguette sotto il braccio, i musicisti ogni cento metri, gli artisti che vendono quadri e cartoline (ma chi ha bisogno di comprarle, mi sono chiesta, quando basta una foto a caso a cui non serve nemmeno applicare un filtro per avere un quadro?), il profumo di pain au chocolat ovunquei gatti, la musica di Edith Piaf.  E le donne vestite in quel modo che forse altrove non sarebbe neanche considerato fashion, ma qui e’semplicemente perfetto, e gli uomini tutti in nero, con i capelli lunghi e i cappelli fuori moda. Le nuvole, la pioggia, il sole, ci sta bene tutto. Non c’e’nulla che sia fuoriluogo, dal mercato con mille differenti tipi di cibo, ai turisti giapponesi che sfoggiano tutto il loro armamentario fotografico, alla polizia, che dopo gli ultimi tristi eventi e’diventata parte integrante dello skyline.

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Una fuga a Parigi, anche di poche ore come la mia, e’un tuffo nella vita. Nelle infinite possibilita’di vita e di sorpresa che abbiamo anche senza rendercene conto, anche dimenticandocene. Mi sono pensata a svegliarmi ogni mattina in un microscopico studio con una grande finestra sulla strada, a svegliarmi con la musica di sottofondo – e’una citta’che ha una colonna sonora non stop, o almeno questa e’l’impressione che ne ho avuto io -, a indossare la mia sciarpa piu’spessa per andare a lavoro perche’il freddo, ragazzi, il freddo e’qualcosa che Bruxelles a confronto e’Miami Beach. Mi sono immaginata in un’altra vita, piu’complicata forse, ma ricca di altre sfumature che oggi non vivo. Una vita che, se lo volessi, potrei cominciare domani, ed e’la cosa piu’consolante del mondo sapere di poter cambiare tutto – o almeno molto – della propria quotidianita’quando lo si vuole. O almeno, lo e’per me. Un tempo, solo qualche anno fa, un pensiero del genere mi avrebbe terrorizzata, oggi invece mi rincuora, mi rassicura e mi calma. Come si cambia, quando devi per forza di cose rivedere i tuoi piani accuratamente costruiti in anni di illusioni.

Mi sono immaginata qui da sola, forse un po’persa, di sicuro coraggiosa, a passeggiare di sera con le cuffie nelle orecchie, cappello e guanti. Di sera, quando la quantita’di luci ti catapulta a Natale anche se e’settembre, quando gli angoli bui diventano pericolosi e ti ricordi di quanto immenso sia il posto in cui vivi, quando, comunque, la vita non si arresta e la gente fa shopping sugli ChampsÉlysées aperti fino all’una, e alle nove di sera si ferma per una pausa thé coi macarons in un gigante McDonald’s con vista.

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Di sera, con una vista cosi’, le auto, le persone – tante, tantissime persone -, la pioggia, mentre aspettavo di riprendere il mio autobus per tornare in Belgio, ho vissuto questo perfetto momento di osservazione dell’esistenza che continua nonostante tutto. Nonostante le storie tristi, i cuori infranti, l’ISIS e un mondo che sembra sempre piu’spesso non avere un senso logico.

Parigi, come altri posti al mondo, dovrebbe essere protetta da qualsiasi bruttura, tranne da quelle che fanno parte del suo tessuto intrinseco. Non solo perche’e’bella, non solo perche’e’storia e cultura, ma perche’ci ricorda che c’e’sempre qualcosa di meglio da vedere, da visitare, e, se siamo abbastanza fortunati, da vivere. Ci ricorda che tutto scorre e questa non e’solo una banalita’da 400 a.C.

E’la vita, onesta e imprescindibile.

DON’T GET METAPHYSICAL

E insomma, e’successo che qualche sera fa io volessi scrivere di una cosa triste, anzi volessi addirittura raccontare una storia triste, che sarebbe bene io dimenticassi ma che a volte si ripresenta prepotente.

Invece poi non ne ho avuto il tempo, e forse e’meglio cosi’, perche’poi sono successe alcune cose piacevoli, altre addirittura belle, ed ho pensato a quanto sia sorprendente il fatto che in un modo o nell’altro, magari alla fine e dopo percorsi infinitamente tortuosi e poco espliciti, la vita – e con “vita” intendo la sua bellezza, l’eterna possibilita’di ripartire, la meravigliosa opzione per il quale tutto, in ogni momento, e’sempre possibile – vinca sul passato, sul rancore, sul fallimento.

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Qui l’autunno continua ad essere freddissimo e bellissimo, di frequente accade che io mi fermi mentre cammino per rubare una foto, nonostante il vento gelido o la pioggerellina – si, e’reale, non e’un mito – o l’autobus che puntualmente finisco per perdere.

E insomma, e’arrivata questa data che temevo e che nell’ultimo anno ho sperato di allontanare il piu’possibile, ovviamente senza successo.E’arrivata e non ha avuto l’impatto devastante che credevo, forse anche perche’ho accuratamente evitato di pensarci troppo. Ho ricevuto diversi doni, perche’definirli regali sarebbe riduttivo.

Il primo e’stato l’augurio di una collega, “I wish you a lovely day despite the clouds, but you’re sunny inside so no problem at all”. E vi assicuro che sentirsi dire che si ha il sole dentro, quando la maggior parte del tempo ci si senta invece in tempesta, e’quantomeno una bella consolazione.

Il secondo e’stato un consiglio, da parte di un’altra collega e coetanea – si, ho un sacco di colleghe sagge, l’ultima mi ha svelato una vera e propria magia per ritrovare le cose quando le perdi, per dire, e vi assicuro che funziona -.

“Don’t get metaphysical about your age. Who cares?”. Che potete anche tradurre con: smetti una buona volta di farti assurde paranoie e vivi, punto. E l’ho trovata una frase puntuale e azzeccatissima, trattandosi di me, la ragazza-metafisica per eccellenza.

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Poi ci sono stati degli “oggetti”. Un armadio nuovo, una foto e una scatola di cioccolatini.

Che, nell’ordine, mi hanno ricordato quanto segue.

I nuovi inizi, anche se sono spaventosi, sono una benedizione del cielo, e basta poco per sentirsi a casa e ricominciare. Dovremmo ricordarcelo nelle giornate nere.

La dolcezza non andrebbe arginata, fermata, impedita mai. Neanche quando ci imbarazza, neanche quando ci sembra troppa, neanche quando sappiamo esserla fine a se’stessa. Mai.

E infine, mi e’venuto in mente Forrest Gump. La vita e’come una scatola di cioccolatini e bla bla bla. Il che e’vero.

Soprattutto se, come me, se ne ha una dipendenza da sempre e si e’scelto di trasferirsi in una citta’dove la cioccolata sa di paradiso.

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Happy birthday, Lila.

VERSUS

Questa e’, de facto, la citta’dei contrasti.

Gli enormi buildings delle istituzioni, cemento e vetro, insieme all’architettura tipica delle citta’del nord, con le loro case colorate, i tetti a punta e gli interni in legno.

Gli uomini d’affari in giacca e cravatta e gli arabi nei loro abiti tipici.

Le donne con il tailleur Armani ma le sneakers ai piedi, perche’se piove e devi correre il tacco dodici – anzi, il tacco e basta, di qualunque altezza esso sia – non e’la calzatura migliore.

Questa utopica Europa unita, presente in ogni bandiera, poster, manifesto ed angolo, e la netta divisione tra gli stessi abitanti del Paese a seconda della lingua che parlano.

I sogni, anche quelli piu’grandi, a portata di mano e la difficolta’di realizzarli che ti si materializza di fronte piu’e piu’volte al giorno.

Il freddo che vorrebbe chiuderti in casa e la bellezza in ogni dove che ti costringe ad uscire.

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Vivere in un contrasto e’tutt’altro che semplice. Se ne diventa il prodotto, e credo che alla lunga in qualche modo ci si abitui. Non ci sara’piu’nulla di strano in un funzionario vestito di tutto punto che pedala sotto la pioggia con il giubbetto giallo catarifrangente.

Ma allo stesso tempo – ed e’una cosa che mi piace tanto quanto mi terrorizza – ci si ridimensiona. Tutta questa vastita’, tutte queste possibilita’, tutte le storie che si confondono sotto questo cielo fanno si che ci si renda conto di quanto si e’piccoli, di quanto poco e’lo spazio che si occupa in questo pianeta.

Si incontrera’sempre qualcuno che ha la meta’dei tuoi anni ed ha fatto il triplo delle cose che tu, nel tuo cantuccio, hai avuto anche solo il coraggio di immaginare di fare.

E questo fa bene. Rischiara la mente, le intenzioni, rispolvera l’umilta’che perdiamo tanto semplicemente perche’ci sentiamo, un po’tutti, esclusivi, outsider della vita, incompresi.

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Sprona anche, certamente, a non mollare.  Oppure a farlo, se necessario, perche’accettare i propri limiti e’sempre meglio che fingere di non vederli affatto.

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Autumn Girl

 

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In teoria non si dovrebbe scrivere di notte, a meno che non sia una notte particolarmente speciale, né quando il cielo é grigio, né di lunedí, perché  c’é il 90% di probabilitá che quello che ne venga fuori risulti fortemente malinconico.

Ma Tenco aveva ragione a dire che “scrivo solo quando sono triste, perché quando sono felice esco”, dunque oggi che ne abbiamo due su tre (cielo grigio e lunedí, e dio solo sa quanto io detesti i lunedí), eccomi.

Sono in pieno autunno, colori meravigliosi, tramonti cosí vividi da sembrare sofferenti e qualche grado in meno di quello che ricordassi.

Piú cresco (dovrei dire piú invecchio?), piú mi innamoro di questa stagione fatta di sfumature splendenti ma non sgargianti, incantevoli ma non accecanti, come una bella canzone che si fa ricordare senza bisogno di acuti o troppi accordi. Piú cresco, piu al caldo estivo preferisco questo periodo in cui si puo essere se stessi, non bisogna essere a tutti i costi felici e sempre in giro, si puó scegliere il tepore della casa e della tazza di thé senza  doversi giustificare troppo col mondo. Fa freddo, é abbastanza, e quest’anno é il freddo belga, non quello italiano, se aveste bisogno di altri motivi per scusarmi.

Ho l’autunno dentro. E ogni volta che questo clima arriva ed io mi allineo con la temperatura ed i panorami, penso sempre la stessa cosa.

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I compromessi non fanno per me.

Io non voglio dover essere una ragazza d’estate solo perché tutto il mondo pensa che l’estate sia migliore. Non voglio i capelli lisci invece che ricci perché sono piú gestibili, sorridere invece di piangere se é questo che ho voglia di fare, dirti che hai ragione quando invece sono convinta tu abbia torto solo perché non si vive se non si fa buon viso a cattivo gioco.

Mi dispiace (per me stessa), ma fin quando l’accettazione sociale passerá attraverso la finzione, io resto felicemente ai margini.

7La tolleranza, la comprensione di quello che non posso capire o che é diverso da me, questo é quello che tento di coltivare, ma i compromessi per paura di (restare soli, essere considerati strani, e altre mille cose che succedono a chi non sa fingere)…no, quelli mai. Che vi piaccia o meno. E sono cosí certa di questo che sono pronta a prendermi tutte le (altre) conseguenze di questa scelta radicale.

Intanto, mi guardo intorno e di tanto in tanto perdo il fiato, perché lei, questa Bruxelles di cui ancora conosco cosí poco, é dolorosamente bella ora piú che mai, e mi ricorda che si puó amare anche quando tutto si fa difficile, che ogni dolore é utile, e che ci sono davvero poche cose irrimediabili. Mi ricorda anche che nulla é illegale, finché ci alleggerisce il cuore e non fa male a nessuno. Nulla é sbagliato, perché alla fine della stagione – in qualunque stagione stiate vivendo – quello che conta é che i propri conti tornino, che si risponda serenamente alla propria coscienza, che si possa dire “SI” se ci si chiede “stai facendo tutto il possibile?”, che si possa osservare nello specchio la migliore versione di sé stessi.

E, pazientemente, arriverá il tempo in cui avremo intorno solo persone per cui non ci sará bisogno di fingere la primavera quando é inverno.

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Un mese

 

Non ha fatto rumore, questo primo mese.

Non me ne sono quasi accorta, sara’per questo che non so bene con quali parole celebrarlo.

Ricordo, piu’di tutto, il terrore cronico con cui aspettavo il mio volo all’aeroporto. Era il ventunesimo per me dall’inizio dell’anno, ma mi sentivo come se non ne avessi mai preso uno in vita mia.

Una paura per la quale non potevo bere, mangiare o parlare, lo stomaco attanagliato e la voglia di essere codarda, tornare indietro e riprendere tutto esattamente dal punto in cui l’avevo interrotto.

Ma e’vero quando si dice che una volta cominciato il percorso, bisogna necessariamente arrivare fino in fondo e vedere se c’e’un’uscita. Tornare indietro avrebbe avuto il gusto amaro ed affumicato della sconfitta, e chiunque mi conosce sa quanto io preferisca il dolce.

Non ho mai raccontato com’e’stato atterrare, pero’, sapendo di non avere, per il momento, nessun biglietto di ritorno. Sono arrivata alle dieci passate, la citta’gia’buia e tutta luci, l’aeroporto che ormai conoscevo cosi’bene, e nell’istante in cui sono scesa dall’aereo per cercare il taxi, con due valigie pesantissime (e sbagliate, ovviamente!), tutto e’passato. Nessuna incertezza, nessuna paura, nessun rimpianto, niente di niente.

L’unico pensiero nitido, nel tragitto per arrivare a casa, e’stato: quante cose non facciamo per paura, quante cose rimandiamo troppo a lungo, e che tremendo errore e’questo.

Io ero esattamente dove avrei dovuto essere. Probabilmente tutto intorno a me, e dentro di me, mi aveva preparata al momento per settimane, mesi, che sono stati spesso durissimi, lunghi, interminabili. Poi i pezzi del destino si sono incastrati tutti, uno in fila all’altro: tempi, modalita’, fatti e parole. Il coraggio mi e’costato infinite notti insonni, un paio di pianti di durata medio-lunga e le dita tormentate per circa venti giorni.

Poi ho deciso: salto. Se cado mi rialzero’, anche con le ginocchia sbucciate. Questo me l’ha insegnato l’ultimo anno che ho vissuto, che e’stato solo cerotti e bende: eppure sono qui.

Sono qui dopo un mese nuovo, con un altro lavoro, un’altra casa, un altro numero di telefono in un altro Paese, un corso di francese dove parliamo piu’spagnolo, rumeno e turco che altro, un bel po’di volti nuovi e un altro tratto di strada che e’appena all’inizio. Sono qui con le normali nostalgie dei giorni piu’nuvolosi (o di quelli in cui sono meno forte dei miei ormoni) e una migliorata capacita’di gestirle.

Sono qui con un unico consiglio: spaventatevi, abbiate pure una paura indescrivibile.

Ma poi, saltate lo stesso.

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Un bambino di nome Mondo

E’facile, quando cambi vita e citta’, trovare storie che vale la pena scrivere ad ogni angolo. O forse e’questa citta’in particolare, o forse sono io che non smetto di immaginare le vite degli altri.

Nella mia classe di francese – un corso intensivo molto economico, che mescola operai, banchieri, funzionari e tappezzieri, studenti e pensionati da praticamente ogni zona del mondo – c’e’ un bambino di tredici anni.

Ha un nome arabo e una faccia cosi’europea che il primo giorno, quando l’insegnante lo ha chiamato, pensavo si fosse sbagliata.

E’figlio di una coppia marocchina. I suoi genitori sono di Tangeri ma lui e’nato in Spagna e da qualche mese vive in Belgio. Insomma, la migliore rappresentazione paneuropea (e oltre) che io abbia mai incontrato finora. Se c’e’qualcuno che incarna alla perfezione questo desiderio di appartenenza ad un’unica entita’di cui tanto parliamo, e per il quale si spendono cosi’tanti soldi, be’, questo e’lui.

Parla sei lingue. Si, ho detto sei, e ho istintivamente pensato alla mia laurea, che a casa sua, al massimo, servirebbe per coprire una crepa sul muro.

Arabo e spagnolo, le lingue della famiglia e del posto in cui e’cresciuto finora. Inglese perche’l’ha studiato a scuola, francese perche’adesso vive qui, fiammingo perche’e’una delle lingue ufficiali belga e allora sta studiando pure quella. E euskara, una cosa di cui io ingnoravo anche l’esistenza prima che me lo spiegasse lui: la lingua dei Paesi Baschi.

Imad vuole diventare un diplomatico. Parla con tutti e sorride a tutti, arabi, italiani, spagnoli, gente del posto, passa da un idioma ad un altro senza nessun problema. Ha un dolcissimo accento spagnolo in francese e a volte dice olvider invece di oublier, per ovvie ragioni. Gli ho offerto degli M&M’s, ma ha gentilmente declinato, perche’la cioccolata gli piace semplice, senza noccioline.

Gli ho anche chiesto: e’meglio qui o in Spagna? E mi sono sentita un’idiota quando, serafico, mi ha risposto che la Spagna era buena, por la comida y el tiempo, pero’qui c’e’ il lavoro e lui ha un sogno da realizzare, allora va bene anche qui, voy a ser feliz.

Mi sono sentita un’idiota perche’un bambino di tredici anni mi ha insegnato, in un paio di frasi, la resilienza e il coraggio che noi adulti o presunti tali andiamo perdendo man mano che cresciamo. Lui ha un sogno e solo quello conta, il dove e’un contorno.

E’successo, mentre parlavamo (io col mio spagnolo arrugginito, lui con la sua bellissima tonada) durante una pausa, che due ragazzi sui trent’anni, con l’aria tristissima da “vado in giro a sfidare il mondo”, abbiano cominciato a discutere, e che la discussione si sia poi trasformata in un litigio. Noi abbiamo osservato, aspettando di rientrare in classe e sperando che le acque si calmassero. Alla fine della scenetta gli ho detto in spagnolo: per favore Imad, prometti di non diventare cosi’ da grande.

Lui, questo piccolo ometto, mi ha risposto serissimo che no, non crescera’cosi’, perche’lui vuole essere una brava persona e perche’vuole trovare una brava ragazza e sposarsi, ma come puo’una ragazza sposarsi quando e’cosi ‘difficile trovare un ragazzo che sia bravo, serio e non passi i suoi pomeriggi a fare risse? E quindi no, no, yo voy a ser bueno. Tredici anni e tutta questa saggezza, signori, che volevo quasi chiedergli di dare lezioni agli “uomini” della mia generazione.

Be’, mon petit, il fatto e’che purtroppo ho abbastanza anni da sapere che le promesse fatte quando ne hai tredici diventano, a un certo punto, davvero difficili da mantenere. Ma sono fiduciosa. Perche’hai un sogno, non hai paura e, almeno, ti impegni a promettere. Si, vas a ser feliz, tu e quella brava ragazza che troverai.