Una lettera che non ho mai scritto

“Un altro addio/cadere nell oblio/cercarsi per un po’/nel whisky di un bistrot

Un giorno qualunque/mi ricordero’/di dimenticarti/dentro a un cestino”

Da quando ho memoria, ho scritto sulla carta. Lettere, biglietti, post-it, a mia madre, a mia sorella prima di ripartire, alle mie amiche, a quelli che ho amato o ferito, anche a quelli che ho odiato. Inizialmente badavo alla forma. Mi piaceva che la carta fosse bella, i post-it colorati, i biglietti ricercati.

Poi, invece, é rimasta solo la sostanza. Prima che cadessi nella trappola dei pixel, le parole si smaterializzavano nell’inchiostro e perdevano peso, o meglio, lo trasferivano direttamente dalla mia testa, dalle mie dita, al foglio. Un tunnel diretto verso l’uscita, e non importa che scrivessi sul retro dello scontrino della spesa o sulla pagina strappata di una vecchia enciclopedia.

Poi, di pari passo con cose successe, perdite, fratture, errori e notti insonni, ho smesso. Per mesi e mesi, volutamente, ho lasciato pagine bianche nelle mie agende, evitato penne e quaderni, usato solo inchiostro invisibile ai miei stessi occhi. Era troppo. Troppo da sentire, figuriamoci da dire.

Dopo anni, perché noi esseri imperfetti funzioniamo solo col senno del poi, sono qui a dire che quella che credevo essere una scelta istintiva di sopravvivenza fu, invece, un grande errore.

Le lettere che non ho mai scritto, per paura, perché ero impegnata a scappare, perché tentavo di non annegare, me le porto tutte, ancora, dietro con me. E so che é tardi per scriverle, che non avrebbero lo stesso effetto, eppure ci sono queste parole che lottano non solo per venir fuori, ma anche per essere spedite, recapitate al destinatario. Perché questo, e solo questo, é il modo perché trovino il loro posto nel mondo, smettendo di volteggiare come pulviscolo impazzito quando soffia il vento a Marzo.

E allora, non avendo né una macchina del tempo né abbastanza coraggio, quello che posso fare é liberarle nell’aria e sperare che siano abbastanza mature da trovare la strada da sole.

Avrei dovuto scrivere che volevo fare ammenda, lo volevo davvero, per tutti quegli errori commessi per imprudenza, immaturità, paura e troppo amore. Volevo indubbiamente recitare tutto il mea culpa, per tutto il tempo che fosse stato necessario, perché quando non puoi mangiare, dormire o sorridere ti rimangono molte ore per riflettere e capisci quello che fino ad un minuto prima era sembrato essere insensato od oscuro.

Avrei dovuto anche scrivere che esigevo delle scuse. Per tutti gli errori, invece, commessi per disperazione, perché la disperazione la si raggiunge dopo aver provato tutte le soluzioni possibili senza che nessuna funzioni. Esigevo delle scuse per le speranze riposte nel cassetto sbagliato, i sogni affidati al destino sbagliato, la fiducia nutrita per la persona sbagliata. Esigevo delle scuse per aver creduto in qualcosa di cosi’sbagliato, ed averci creduto fino all’ultimo secondo. Avrei dovuto scrivere che avevo bisogno di quelle scuse per credere che alla fine, amore o non amore, l’umanità potesse superare ogni diversità o incomprensione, perché finire archiviati sotto la voce “rispetto” é meglio che finire odiandosi o domandandosi.

Avrei dovuto scrivere di quello che sentivo, compreso l’odio per esserti preso il meglio di me, letteralmente, ed averlo trasformato nel peggio. Avrei dovuto prevedere, e raccontare, di come sarei stata oggi, di quante gocce d’acqua sono necessarie per scavare una roccia che non é mai stata roccia ma che poi si é dovuta fare granito. Avrei dovuto accusare già, essere lungimirante e immaginare quanto, quanto lavoro ci sarebbe voluto poi, e nonostante le infinite ore di restauro no, non é possibile tornare all’origine, restano macchie, graffi, rovine. Rovine con cui qualcun altro dovrà convivere, facendo il doppio della fatica, dello sforzo, delle promesse.

Avrei dovuto scrivere per provare a convincere, a far ricordare, avrei dovuto raccontare una favola magari, di quelle retoriche e banali dove lei é una bambina, o magari una principessa, e pensa che il mondo sia tutto rosa, e tu invece hai gli occhi verdi e sai mentire bene.

Avrei dovuto urlare, perché le urla sono tali anche se fatte d’inchiostro, urlare che quella non era solo una decisione irrevocabile che avrebbe cambiato il corso di una patetica storia di presunto amore come mille altre, ma avrebbe interrotto un’esistenza e ne avrebbe cominciata un’altra, del tutto diversa, forse più giusta, forse totalmente sbagliata, ma che io non ero sicura di voler vivere perché non era frutto di una mia scelta.

Avrei dovuto spedirla, quella lettera, e so bene che non avrebbe avuto nessun effetto, ma almeno me ne sarei sbarazzata e forse, forse, questa nuova versione di me con cui ho dovuto imparare a coesistere oggi sarebbe più leggera.

Ci sono tutti questi sospesi, la rabbia, le ferite, il caffè, l’ultima battuta del copione, e io sono una che chiude. I cassetti, gli sportelli della credenza dopo aver preso lo zucchero, i cicli, il gas prima di partire, le storie andate a male.

Avrei dovuto chiudere, e avrei dovuto farlo nell’unico modo che uso sempre, nel modo in cui ho iniziato, in cui ho ricominciato, in cui sono sopravvissuta.

Scrivendo.

Ed ecco perché sono qui, oggi che é domenica, e che durante questo pseudo-paragrafo sono stata interrotta almeno tre volte, interrotta dalla vita che continua a scorrere, dal presente, che pesa, che deve pesare più del passato, dalle scelte che ho fatto con la testa e a cui sono grata perché sono quelle che, più probabilmente, mi hanno aiutata a stare a galla. Interrotta per ricordarmi che questa, alla fine, é solo una lettera che non ho mai scritto, che non é la mia vita, che non puo’esserlo più, e che io posso ancora sorridere, star bene, appoggiare la testa e riposare un po’.

La spada nello stomaco quando capitano certe canzoni, beh, quella é un’appendice del mio corpo ormai, come il braccio metallico dell’ispettore gadget. E’un momento, poi passa. Passa come i sogni che a volte arrivano indesiderati, come i presentimenti, come gli inutili WhatsApp quattro volte l’anno. Trattengo il fiato, poi torno a ricordami di essere felice.

Dunque eccomi, questa é la mia despedida, questo é il mio addio che comunque ho detto già tempo fa, questo é il mio cerchio chiuso ma mi dimentichero’sempre di tracciare l’ultimo puntino perché si é spezzata la mina mentre premevo sul foglio troppo forte.

E’sempre a denti stretti, a fiato sospeso, a muscoli tesi. Ma é un momento.

Poi passa.

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OUblier

Lunedi’ mattina, pioggia, sei gradi, aria già natalizia, voglia di casa, voglia di tepore, coperte, film. Mi godo questo momento di immoralità, questo mio peccatuccio da quattro soldi perché alla scrivania rubo tempo retribuito per dar voce ai miei pensieri che non cambieranno il mondo né lo renderanno un posto migliore.

Ma a ciascuno i suoi vizi, giusto? Io ho un latte macchiato quasi finito, le cuffie e questa che rende più appropriate le gocce sul vetro della mia grande finestra al quinto piano, e tante cose non dette/non scritte che ancora non hanno trovato un cassetto in cui riposare. Ho scritto altro, carta e penna, penne colorate per essere precisi, qualcosa che posso sfogliare di nuovo e vergognarmi per quanto io sappia essere, all’occorrenza ed a seconda dei casi, ingenua, pesante o recidiva.

Sono tante le cose che, in quanto essere umani, tendiamo a dimenticare e che dovremmo invece ricordarci quotidianamente. A volte ancora mi sorprendo di me stessa perché negli ultimissimi anni mi é davvero successo di resettare la mia più recente memoria storica portandola quasi a zero. Ho interamente cancellato pezzi della mia esistenza di cui, oggi, non posseggo altro che il retrogusto a posteriori – che molto spesso é amaro, più raramente agrodolce. Il punto é che mi va bene, non volevo più quei ricordi, ma con essi se ne sono andate anche molte delle lezioni apprese che avrei invece dovuto conservare. La verità é che impariamo poco e male, che siamo creature imperfette ma anche molto testarde, perché invece tendiamo a sopravvalutarci e a non vedere, non vederci.

Ma, a parte questa digressione, i miei più recenti pensieri si sono concentrati, come spesso accade, su momenti di inaspettata bellezza e affascinante perfezione che mi é capitato di vivere, inaspettatamente. Dopo oltre un anno, questa città fa ancora la sua magia, cammini, stai congelando, c’é il vento e piove e sei in ritardo e la metro é lontana ma poi ti giri in un angolo e PAF!, c’é talmente tanto splendore che ti chiedi perché hai perso tempo a pensare al freddo. Le cose che mi tengono viva, non in senso biologico, sono talmente tanto piccole, insignificanti nel generale quadro gigante dell’esistenza, che serve davvero focalizzarsi per rendersene conto. La tazza di caffé caldo in quella caffetteria sconosciuta e quindi mai affollata, le luci che qui hanno qualcosa in più soprattutto intorno alle sei, i colori dell’autunno che non si arrendono all’inverno, i piedi intrecciati sul divano mentre la puntata della mia serie mi teletrasporta altrove, non sono neanche più qui, neanche più con te, perché se é bello viversi a volte é altrettanto necessario dimenticarsi.

Ho pensato che il trucco é questo, ricordarsi di tanto in tanto perché abbiamo amato qualcosa, una casa, una città, una persona, ricordare almeno una singola ragione anche nel giorno in cui la amiamo di meno, la amiamo peggio. Ricordare perché abbiamo iniziato un viaggio, anziché interromperlo perché la motivazione non é più quella del primo giorno. Ho tatuato la parola “dimenticare” addosso perché ho creduto che fosse la chiave del successo, ma in realtà a volte realizzo che nel ricordo sta la riuscita. Bisogna essere selettivi anche nel dimenticare, dimenticare con ragione, con un senso, con un motivo. Non solo per noia o perché il tempo é passato.

Poi, ovviamente, ci sono cose che é bene dimenticare senza filtri, spazzare via come le foglie sotto questa pioggia che non ha smesso di scendere mentre io pensavo a come ordinare le parole rendendole frasi di senso compiuto. Ho scelto consapevolmente di dimenticare qualche disillusione, il senso di delusione alla scoperta di alcune verità, l’amaro gusto del disgusto nell’osservare silenziosamente alcuni giochi di chi crede di avere la vita in pugno solo perché ha deciso di stare dalla parte della non-verità – che é, senza dubbio, cosa molto più semplice che dire sempre cio’che si pensa, agire coerentemente e tentare di essere un essere umano decente (quasi) ogni giorno.

Insomma, vivo nel (dis)equilibrio perenne tra il ricordo e l’oblio, cosa tenere e cosa buttare, mentre piu’o meno inconsapevolmente costruisco i ricordi del futuro, quando ancora una volta, come oggi, mi trovero’a decidere cosa vale la pena salvare e cosa cancellare.

E, funny thing, questa resterà sempre una scelta che possiamo fare a metà: perché ci sono cose che s’incrostano alle nostre pareti cerebrali anche quando vorremmo disperatamente mandarle via, cosi’come alcuni profumi, sentimenti e speranze che, più o meno diluiti, avremmo voluto conservare ma si sono invece dissolte nell’aria.

Chissà dove, chissà quando.

Le nostre (troppo) grandi aspettative

A volte, quando hai da dire troppo, scegli di non farlo affatto. E poi ti imbatti in parole altrui, che ti colpiscono, ti rubano i pensieri mentre cerchi di goderti la tua ora di relax post-lavoro sul divano, con una tazza di thé e la luce che in questo paese resiste fino a tardi.

Quindi oggi non scrivo: traduco.

Articolo di Merle Wuttke, pubblicato su Flow, Maggio-Giugno 2017

A volte mi succede di essere sommersa da un sentimento di disappunto, anche se solo qualche istante prima ero di buon umore. Sento improvvisamente una specie di colpo al cuore, e ho l’impressione di cadere in un buco nero, senza sapere davvero perché.

Mi é successo l’altro giorno.

All’uscita dall’ufficio, ho pedalato per venti minuti sotto la pioggia battente. Ero gelata, sognavo solo una tazza di thé bollente. Arrivando a casa, ho sentito la mia famiglia parlare allegramente intorno al tavolo. Bagnata fradicia, mi sono avvicinata, ma mio marito e i miei figli mi hanno salutata appena. La cucina era sottosopra. Ho sentito di nuovo quel buco nero… Senza proferire parola, mi sono chiusa in bagno.

Forse le mie aspettative sono troppo grandi? Non adeguate? Avevo immaginato il mio rientro in maniera diversa, ma é questa una buona ragione per essere cosi’delusa e arrabbiata? Mi sono seduta in bagno, sopraffatta dai miei sentimenti e dalle mie speranze. Perché non mi sono semplicemente asciugata e cambiata prima di raggiungere gli altri? Perché ho lasciato che la mia delusione prendesse il sopravvento?

Nel corso della serata, ho pensato a tutte le volte in cui ho nutrito aspettative simili. Verso mio marito, i miei figli, la mia migliore amica, il mio capo, me stessa… E si, anche verso il meteo. Perché questo? Ha senso tutto cio’?

Mi sono chiesta quando fosse stata l’ultima volta in cui gli avvenimenti siano andati esattamente secondo le mie speranze. La risposta é stata “tanto tempo fa”. Forse trascuro alcune cose, oppure ho aspettative troppo alte.

Prendere la vita con pazienza

Andreas Urs Sommer, che insegna filosofia all’università di Friburgo, non crede che siamo noi a pretendere troppo dalla vita. Secondo lui, il problema risiede nella quantità incredibile di possibilità che si aprono davanti a noi oggigiorno, e che noi cerchiamo disperatamente di cogliere. “Non riusciamo a concentrarci su una sola cosa. Le nostre aspettative vanno in tutte le direzioni. Vogliamo realizzarci personalmente, ma anche essere felici in famiglia e in coppia. Abbiamo ambizioni professionali, ma non vogliamo che il lavoro ci inghiotta. Mettere tutto insieme non é cosa da poco.”

Andreas Urs Sommer é un appassionato di stoicismo, una dottrina filosofica greca fondata nel 300 a.C. Gli stoici invitano ad accettare il nostro posto nella vita e a cercare la felicità in cio’ che é alla nostra portata, e su cui abbiamo influenza. La ricchezza o il potere non contano dunque davvero e le circostanze negative, quali la malattia o la povertà, non devono scalfire il nostro equilibrio interiore. Essendo difficili da evitare, é meglio provvedere in modo tale che non perturbino la nostra serena visione di vita. E’per questo che lo stoicismo puo’ anche aiutarci a gestire diversamente le nostre grandi speranze. Sommer precisa: “Per i filosofi greci, la ricerca della felicità sfinisce. Per questo, hanno pensato a delle strategie appropriate per raggiungere questo obiettivo. Una di queste é ridurre le proprie aspettative per non lasciare che ci divorino. Le possibilità di sentirci soddisfatti della nostra vita saranno allora molte di più.” Dovremmo anche cercare di essere più umili e pazienti verso cio’ che la vita ci offre. Non sappiamo cosa puo’ risultarne, alla fine.

Ah, l’amore…

Tutto questo ha senso per me, ma mi lascia anche perplessa. Perché mi piace l’idea dell’attesa, anche se poi spesso resto delusa. Una bella cena tra amici, delle belle vacanze in famiglia, un nuovo lavoro… Qualunque sia la cosa che attendo con impazienza, inizio già a pianificarla nei dettagli. Le nostre aspettative accendono in noi una fiamma, a volte grande, altre piccola, e provocano una sorta di “prurito”. Succede che gli eventi accadano esattamente come abbiamo immaginato. Ma se invece vanno in modo completamente diverso, abbiamo l’impressione che un secchio d’acqua fredda sia stato gettato su quella fiamma che ci animava e ecco qui che siamo improvvisamente delusi. Le vacanze, la cena o anche la storia d’amore perdono immediatamente la luce, diventano grigie e spente. Tutto questo perché confondiamo la realtà con l’immagine idealizzata che ne avevamo in testa.

Più ci rifletto, più vedo che le mie speranze sono una sorta di mosaico di quanto ho visto e vissuto nel corso della mia vita. Immagini di libri e film, la mia famiglia, i miei amici, la nostra cultura, la società… Tutto ha influenzato la mia visione di come la mia esistenza dovrebbe essere. Si tratta di idee e valori ai quali ho aderito volontariamente, ma di sicuro ce ne sono alcuni che ho accettato senza metterli in discussione. Idee come “la felicità consiste nell’avere due figli” o “a 40 anni bisogna avere una carriera avviata e possedere una casa”. E perché? Non dovremmo domandarci più spesso se queste aspettative corrispondono davvero alla vita che vogliamo? I valori che ci sono stati trasmessi hanno una grande influenza sulla nostra visione della vita. Ma questo non aumenta la pressione che già sentiamo? Non influenza il modo in cui guardiamo alla realtà? Non limita le nostre aspirazioni? Mi ricordo quando ero incinta, con la data del matrimonio già fissata. Tutto era perfetto, salvo che il mio futuro marito non aveva pensato di farmi una proposta ufficiale. Più la mia pancia cresceva, più il mio umore peggiorava. E non mi é nemmeno venuto in mente di prendere io stessa l’iniziativa. Alla fine, abbiamo passato due giorni senza parlarci, durante le nostre ultime vacanze senza figli. Perché mi sono auto-inflitta questo? Forse perché, riguardo l’amore, le nostre aspirazioni sono particolarmente alte. Soffro ogni volta insieme alla mia eroina preferita, Anna Karenina, anche se ho letto già tre volte il romanzo di Tolstoi.

Le sue aspettative irrealizzabili riguardo l’amore, la sua vita e chi la circonda le fanno perdere la ragione. Le circostanze la portano alla disperazione. Non puo’, e non vuole, accettare che la sua idea di felicità non corrisponde alla realtà della sua epoca. Ammiro Anna per il suo coraggio e la passione con cui affronta gli eventi. Allo stesso tempo, provo pietà per lei e mi dico “Per carità, Anna! La tua vita sarebbe stata meno tragica se tu fossi stata un po’più umile!”

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Uno sguardo differente

Ma esiste, in amore, un modo “giusto” di prendere le nostre aspettative? Io stessa, spesso non so cosa possa e debba aspettarmi dal mio cuore. A volte fa scherzi e mi rende (quasi) debole. Come il giorno in cui ho conosciuto, durante un concerto, un uomo strano, affabile e sicuro di sé. Non aveva nulla a che vedere con la mia vita – molto più giovane, studente e senza figli – ma nel giro di due ore mi ha fatto intravedere la prospettiva di un’altra esistenza. Come se l’amore fosse una nuova avventura. Quella sera, ho immaginato ogni possibilità con lui, solo perché era divertente. Quando sono rientrata a casa e ho visto gli abiti del padre dei miei figli sparsi sul divano come al solito, ho pensato che l’uomo del concerto di sicuro non avrebbe lasciato i suoi vestiti cosi’. Poi mi sono ricordata di una frase dello psicologo americano Dan Ariely: “Meno si conosce di una persona, più la si apprezza. Riempiamo i vuoti proiettando in essi i nostri desideri.” Ah, i miei desideri! Perché ci tengo cosi’tanto? E il mio compagno é davvero obbligato a realizzarli tutti? So bene che non serve a nulla sperare che lui prenda appuntamento dal pediatra, organizzi le vacanze, si interessi al mio lavoro. E nonostante cio’, ci spero comunque. E lui aspetta sempre che io compili la mia dichiarazione dei redditi e che sia più posata. Passiamo il nostro tempo a deluderci a vicenda. Perché giochiamo a questo gioco pur sapendo entrambi perfettamente che non ci sarà un vincitore? Senza dubbio, perché impostiamo priorità sbagliate.

Vittima di una grave depressione, l’americana Byron Katie ha realizzato un giorno che non poteva cambiare il mondo e che doveva accettarlo per com’era. Ha scoperto cosi’un’incredibile libertà. Ha sviluppato un metodo di auto-analisi che ha chiamato “The Work”, il lavoro. Si tratta di porsi alcune domande di base quando la situazione lo richiede, come “Come reagiro’credendo a questa idea?” Questo permette di capire se abbiamo accettato alcuni modelli o credenze. Possono essere grandi domande esistenziali o piccolezze quotidiane con le quali ci confrontiamo regolarmente. Mi innervosisco spesso perché mio marito lascia la sua posta sparsa sul tavolo. Secondo il metodo di Katie, dovrei orientare i miei pensieri in tutt’altra direzione. “Deve mettere via la posta” diventa “Non ha bisogno di metterla via”. Questo crea un differente approccio al problema. Ed é possibile che a quel punto io mi renda conto che ho sovraccaricato di aspettative l’immagine che ho di lui, e che io rifletta sul perché e da quale momento. Non é semplice! Alcuni amici che ci hanno provato mi hanno detto di essere sconfortati dalla facilità con cui sono poi ricaduti nei vecchi schemi mentali. E allo stesso tempo, hanno elogiato la libertà interiore guadagnata applicando questo metodo. Spero di riuscire a applicarlo io stessa.

E’quello che é

Mi domando spesso se sarebbe meglio sperare il meno possibile. Ma avere meno aspettative non significa forse vivere meno? O al contrario, l’esperienza é più forte se la viviamo con attenzione, in piena coscienza? Non si tratta certamente di non avere nessuna aspettativa. Né di aspettarsi il “buono”, perché chi puo’dire cosa lo sia? Parliamo di aspettative misurate, ragionevoli. E quindi di domandarsi se ne traiamo vantaggio, e a quel punto possiamo affidarci all’altro, sapendo cosa possiamo chiedergli e di cosa siamo capaci da soli… Cosa che implica una buona conoscenza di sé e del proprio coraggio.

Coraggio? Si, quello di affrontare sé stessi e gli altri. Quando possiamo confrontarci con certe cose impossibili. E’il nostro mondo, piuttosto duro ed esigente. A volte, ricordo con nostalgia il periodo – circa dodici anni fa – in cui uscivo spesso, lavoravo molto, vivevo a pieno. Durante quegli anni, malgrado un lavoro full-time, prendevo il tempo di fare tutte le cose eccitanti che mi aspettavo dalla vita. Ho conservato a lungo la sensazione esaltante di quel periodo. Fino a che ho compreso che cio’ che andava bene prima non ha più alcun ruolo nella mia vita attuale, nonostante la nostalgia che io ne possa avere.

Non é solo la nostra vita a cambiare; anche le nostre aspettative si modificano. E questo va bene. Oggi, il mio desiderio non é più di partecipare a serate in cui milioni di persone ballano fino alle cinque del mattino, e sono soddisfatta se i miei invitati vanno via a mezzanotte. In tutta onestà, ne sono felice perché potro’andare a letto presto e svegliarmi in forma l’indomani.

Oggi, adotto il motto del poeta Kurt Tucholsky: “Non aspettarti niente. L’oggi é la tua vita”.

-Traduzione mia-

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Goodbye and I choke

Stasera c’è un bel tramonto, ma non mi va di scattare nessuna foto.

Sarebbe una foto perfetta: gli adorabili tetti di Shuman, la sfumatura del cielo, la luce che scolora. Ma ci sono volte in cui la bellezza è meglio conservarla solo nella propria testa.

Renderla pubblica la sciupa, la consuma, la rende vulnerabile.

Sarà per questo che siamo così anche noi? Esposti e deboli.

Una campana di vetro sarebbe più conveniente, un’esistenza più sussurrata, senza ansie di condivisione e senza giudizi universali che piovono dall’alto su ciò che si vede – ma solo in superficie.

Vorrei una vita che non riesco ad avere, e non è una questione di luoghi. Forse è una questione, invece, di tempi, e più probabilmente di fortuna.

Vorrei una vita che non riesco ad avere e quindi nel frattempo provo a stare bene nella mia, con tutte le difficoltà del caso. E si sa che quando provi a farti andare bene quello che ti capita, ma non ti capita quello che vorresti, ad ogni passo rischi una caduta e ad ogni spigolo ti procuri un livido.

Quando non sei felice, la felicità altrui è insopportabile, eppure io provo a gioirne comunque. Quando non vedi che buio, ti disabitui alla luce e anche il raggio che filtra per sbaglio ti da’fastidio agli occhi. Eppure io non mi nascondo dal sole, anzi.

Ho pensato che questa città non voglio odiarla mai, qualunque cosa dovesse capitarmi qui, qualunque cosa dovessi perdere. Non voglio odiarla mai, perché finora mi ha dato tanto senza che io le chiedessi nulla, senza che io avessi nessuna aspettativa.

Il rispetto, l’accettazione, le storie che si sono incrociate con la mia e per cinque minuti mi hanno fatta sentire compresa. I parchi, le corse mattutine, il chai-latte, le infinite lingue mescolate nei mercati, la sensazione che tutto sia ancora possibile, sempre. Tutte le volte che voci sconosciute su cui ho vomitato le mie ansie di giudizio e fallimento mi hanno risposto ma di che ti preoccupi? Ma non vedi che è tutto solo nella tua testa? Ma per quale motivo questo dovrebbe essere un problema? I tetti, i comignoli fumanti, le gauffres e le porte color pastello. L’appartenenza, pur essendo l’ennesima estranea piombata qui per scappare da qualcosa, i sorrisi della gente per strada senza nessun motivo specifico. Le notti libere, dove tutto sembrava così lontano e niente così stretto. Le sere rassicuranti, con la tavola apparecchiata e qualcuno a farmi compagnia mentre cucino, innocente, disarmante, mentre mi chiede con un po’ di disperazione ma io proprio non capisco, perché non ti fidi?, guarda che i miei sogni sono tutti veri.

Non voglio odiarla mai perché io l’ho usata, l’ho scelta come méta per la mia fuga, come porto, come àncora di salvataggio quando stavo annegando e non potevo nemmeno più chiamare aiuto. E finora non è mai stata dura o impenetrabile, anzi, si è fatta subito familiare, le strade, i caffè, le linee della metro, persino i volti per strada, le épiceries ad ogni angolo.

Non voglio odiarla mai neanche se dovessi lasciarla, perché l’altra sera dall’aereo l’ho vista così bella, e sempre più bella man mano che ci avvicinavamo, un enorme reticolo di luci artificiali e ho pensato “un enorme reticolo di vite”, e qualcuno dietro di me ha detto in francese “questo è il Paese dove puoi essere chi vuoi” e lo trovo vero, profondamente vero. Anche quando sarai tu stesso a giudicarti, sarà confortante non sentirti giudicato.

Tu non giudicarmi mai, ed io non ti odierò mai.

E forse un giorno sarà così anche con le persone.

“Goodbye and I choke”

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AnniVersari

Ieri è stato un anniversario importante per questa città.

Ieri, un anno fa, io ero ancora in Italia, a lavoro, in ufficio alle nove di mattina (e in ritardo, come sempre) senza aver avuto il tempo di controllare Internet o ascoltare nessun notiziario.

Ero solita viaggiare spesso pero’, e quasi sempre con destinazione Bruxelles. Ecco perché, dalle nove di mattina, mentre accendevo il pc, ho cominciato a ricevere messaggi ovunque.

Dove sei? Stai bene?! Rispondi!!

Mi ci sono voluti dieci minuti per realizzare. Esplosione, attentato, metro, aeroporto, Bruxelles.

Ed è vero che finché non succede “a casa tua” tutto sembra lontanissimo e non ti senti davvero vulnerabile. Questa, un anno fa, non era ancora casa mia tecnicamente, ma la mia vita mi stava già preparando al fatto che lo sarebbe diventata. E quindi, mi si è fermato il cuore.

Ho iniziato a chiamare i miei amici e colleghi che vivevano qui, per assicurarmi che stessero bene, perché la metro, quella fermata… cosi’usata, cosi’vicina al nostro ufficio.

Ho passato l’intera giornata a telefono, guardando le immagini, senza riuscire a lavorare, e con un unico, irrazionale pensiero: voglio prendere l’aereo. Perché quando le cose e le persone che per te contano sono a rischio, la sola cosa che vuoi fare è essergli vicino, non importa se questo significhi buttarsi al centro del vulcano. L’aereo poi l’ho preso, un paio di settimane dopo, quando la tensione era scesa un po’.

E un anno dopo, sono qui. L’anno scorso avevo un sogno ma mi sembrava troppo folle e troppo lontano da realizzare. Invece, 365 giorni dopo, Bruxelles è bella, col sole che spinge per venir fuori, le temperature che si alzano (piano piano eh, al ritmo belga!) e la luce che si fa più prepotente. Lei è bella e io sono dove avrei voluto essere, e dove ancora voglio essere, anche quando è difficile.

Se ci pensate, 365 giorni sono pochissimi per la quantità e la grandezza dei cambiamenti che possono contenere. A volte mi spaventa quanto tutto sia volubile, quanto tutto possa diventare il suo esatto opposto in poco tempo – sentimenti, paesaggi, esistenze intere -, poi invece capisco che in realtà questa è la sola reale speranza che abbiamo.

Oggi ti amo e domani potrei detestarti, ma cosa c’è di sbagliato? L’importante è assecondarsi, senza fingere. Ascoltarsi, perché è il solo modo per trovare risposte oneste.

Ho avuto questa conversazione casuale, un paio di giorni fa, con una persona – imperfetta, ma molto bella dentro, e coraggiosissima – che ha deciso di lasciare tutta la vita che stava vivendo, il lavoro, la casa, il suo compagno, perché si é interrogata e si é risposta che vuole fare altro, almeno per ora.

Perché il segreto è questo. “Ora” è quello che abbiamo. L’ho capito un po’tardi, ma come si dice: meglio tardi che mai.

E vorrei stampare le sue parole in tutte le lingue che conosco, farne dei volantini e distribuirli in questa città che rifiorisce e che accoglie una indescrivibile quantità di esseri umani diversi con i loro sogni, aspirazioni, speranze, incubi e peccati.

“…E magari puo’essere che costruiamo qualcosa per cinque, per dieci anni, e gli dedichiamo tutto il nostro impegno e i nostri sforzi, e poi non funziona più. Ma dov’è il problema?! La vita è questo. Momenti, persone, sensazioni, tutto va e viene. Quindi io ti dico, ma tu perché non vivi e basta? Se devi rimpiangere qualcosa, almeno sarà qualcosa che hai fatto. Who cares!”

Au pays de la biere l’amour coule a flot

 

Attendere non mi piace. In genere sono impaziente, anche se sto cercando di domare questo scomodo tratto del carattere.

E un’altra cosa che non mi piace e’disattendere. Le aspettative, in particolare. Questo pericoloso cibo spazzatura con cui ci nutrono, e continuiamo a nutrirci una volta cresciuti, su come tutto andra’ e deve andare, su come ad ogni azione corrisponde una reazione equivalente e proporzionata.

Le aspettative disattese sono state, finora, la cosa che mi ha procurato piu’malessere nella mia intera esistenza. Poi ho deciso di smettere di averne, improvvisamente, e adesso sono in questo limbo in cui, fondamentalmente, aspetto – non so nemmeno io cosa, ma non saprei cos’altro fare – e disattendo. Sono finita a fare le due cose che meno amo, dopo una vita a scandire tempi e correre dietro alle scadenze, terrorizzata dal fatto che scadessero.

Eppure, le cose succedono comunque.

A volte basta una canzone, altre volte e’uno sguardo che apre porte che e’meglio restino chiuse. A volte e’un consiglio piovuto dal cielo, nemmeno voluto, che riallinea tutto sull’asse in cui tutto dovrebbe stare. La speranza.

Non ce lo diciamo, ma tutto ruota intorno a questo. Non smettiamo mai di sperare. Che le cose migliorino, che noi miglioriamo. Speriamo di cambiare, di non cambiare mai, di riuscire finalmente a fare quel viaggio, di trovare lavoro, di cambiare lavoro, di trovare la persona giusta, di ritrovarla se l’abbiamo persa, di diventare coraggiosi, di vivere la grande svolta che sembriamo aspettare da sempre.

Forse e’questo il vero istinto di sopravvivenza umano.

Oggi pero’e’venerdi’. Sono rintanata nel mio maglione blu, morbido e un po’troppo lungo, quello di quando voglio nascondermi. Il the’alla menta si e’fatto amaro nella tazza, dovrei decidermi a passare alla birra, visto che questa ne e’la patria, ma proprio non mi piace. Ci sono meno tre gradi ma il cielo e’color carta da zucchero, azzurro leggermente velato. Manca una settimana prima che io cambi vita, di nuovo. Ormai non faccio che questo. Cambio vita ogni sei mesi e prima o poi trovero’la mia, quella da vivere. Nel frattempo pero’attendo, disattendo e spero.

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Minus cu minus fac plus

Volevo scrivere di tante cose, troppe a dire il vero, e si sa che chi troppo vuole nulla stringe, quindi alla fine ho fatto passare i giorni e la pagina è rimasta bianca.

Poi è domenica, la tisana è nella tazza, tutto è più o meno pronto per l’inizio di un’altra settimana – tutto e io non lo so, ma lo sarò mai? Sarò mai convinta di esserlo? – e allora ho deciso che era il momento giusto, quello che o lo afferri o lo lasci passare, quello con la colonna sonora perfetta.

Per qualche giorno ho cambiato prospettiva, e ho potuto ricordare che alcuni amori forse sono fatti per essere vissuti a distanza, è il meglio che puoi fare per loro: vegliarci da lontano, ricordarli ogni giorno per quello che ti hanno dato e poi lasciarli andare, perché forse il tuo posto è altrove e forse non vi capirete mai pur amandovi sempre. Perciò ho ripreso l’aereo e sono ripartita, dopo un sorso all’ultima tazzina di caffè macchiato con nostalgia, risentimento e un po’ di rabbia. Quella non passa, forse non potrò digerirla mai.

16117186_10211968861959357_2112781683_nE’caduta la neve, fitta e leggerissima, e la città è diventata un presepe di ghiaccio con le sue luci e i suoi comignoli fumanti tutti perfettamente allineati, i tetti rossi un po’ meno vividi, e la neve fa questa magia di rendere una notte alla luce di una lampada fioca, una coperta e un film già visto talmente perfetti da illudersi che il mondo si fermi in quel momento, che non c’è giudizio, errore, paura, che conta solo la felicità di quell’istante e forse non farà mai alba e non si dovrà mai fare i conti con le conseguenze, le responsabilità, le (in)decisioni sbagliate.

E poi la vita va avanti anche sotto uno strato di brina, i colori del mercato di Flagey non si spengono, le voci, il vapore dalle bocche che parlano ciascuna la propria lingua, l’abitudine che diventa dolce e ti coccola anche quando hai paura, la gentilezza di uno sconosciuto che ti lascia passare, una cena con un’amica conosciuta mesi fa dentro un aereo in ritardo, che sorride tanto e ti abbraccia e ti dice com’è bello rivederti, e vi raccontate tutta una vita in due ore e pensi che quest’incantesimo, questi intrecci casuali sono quello che ti tengono viva, e finalmente respiri perché spieghi quello che hai dentro e non vieni considerata pazza, né eccessiva, né stonata, ma vieni compresa almeno in parte e questo è come un cerotto su un cuore graffiato – e io sul  mio i graffi li sento tutti, sempre.

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E allora speri, per la prima volta, che la matematica non sia un’opinione e che meno più meno faccia più, che uno sbaglio più uno sbaglio diventi una cosa giusta, un sogno realizzato, un dettaglio adatto al quadro. Speri che tentare e sperare siano due azioni che alla fine verranno premiate, molto più che fermarsi e aspettare, nascondersi e avere paura. Speri di avere un giorno un comignolo fumante e un tetto rosso e mille di quelle notti con la coperta e la luce fioca, ti arrabbi perché non sai lasciar andare questo sogno così antiquato e poi invece ti arrabbi perché proprio non vuoi lasciarlo andare, a qualunque costo.

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E poi arriva domenica, e un’altra settimana comincia tra poche ore e finalmente ho scritto – non tutto quello che avrei voluto, ma almeno una parte.

Restano fuori le notti freddissime e stellate dalla finestra di casa mia, quelle che non si possono mai raccontare, gli abbracci che non ho dato e continuo a tenere nelle mani e prima o poi sarò coraggiosa anche per far questo, le solitudini che imparo ad ingoiare e gli attimi perfetti che mi terrorizzano per la troppa bellezza.

Resta fuori questa sera, una sera serena, dalla mia finestra guardo un pezzo di presepe e la canzone dice le cose che chiunque vorrebbe sentirsi sussurrare d’inverno, tutti gli inverni della propria vita.

Tu eşti refrenul, iar eu te cânt