Meme-oire

La memoria é quel potente, intelligentissimo strumento che sa ricordare, ma che allo stesso modo sa cancellare, e non c’é verso di tornare indietro.

Ha le sue cadute, i suoi momenti – quelli in cui, disperatamente, vorresti che la lobotomia fosse una procedura coperta dalla mutua e fattibile in day hospital – ma, di base, é davvero sbalorditiva.

Siamo esseri cosi’ imperfetti che tendiamo a vivere di proiezioni. Chiamiamo ‘ricordi’ quelle ambientate nel passato e ‘speranze’ quelle rivolte, invece, al futuro. In realtà, se io fossi una da definizioni del manuale di scienze, potremmo dire che non sono altro, tutte, che immagini ritenute nella mente, da qualche parte in qualche retina cerebrale dal nome complicato. Le prendiamo e le usiamo a piacimento: mescolandole con i sentimenti, riempiendole di opinioni e giudizi, gonfiandole con l’intera gamma di sensazioni soggettive che le alterano e le cambiano.

Poi ci convinciamo che siano proprio quelli i nostri ricordi, cosi’ come ci si presentano, puri, essenziali, fedeli alla realtà. Finché non iniziano a sfumare.

Potete scommettere, comunque, che in gran parte dei casi sporchiamo tutto con l’idealizzazione. Quel caffé frettoloso diventa un momento preziosissimo, quella frase buttata per caso acquista il valore di un mantra da ripetersi quotidianamente, il brutto diventa bello e pian piano ne viene coperto, sommerso.

Dovremmo smettere di fidarci dei nostri ricordi, perché siamo noi stessi a manipolarli. Dovremmo, come in una puntata di Black Mirror, poter fare affidamento su video clip nude e crude, senza sentimenti, solo immagini digitali da guardare quando e se é il caso. Per analizzare, per risolvere, non per costruire castelli e trovare scuse e sentirci autorizzati a rifare gli stessi errori.

C’é poco di vero al mondo, ma siamo talmente ingenui ed egocentrici da non volerlo neanche distinguere. Vogliamo credere che quello che riteniamo vero sia effettivamente tale. Ed é cosi’ che ci affanniamo a tener vivi ricordi che dovrebbero essere cancellati nell’arco temporale di due settimane al massimo, é cosi’ che costruiamo immagini di persone che in realtà sono tutt’altro, cosi’ che teniamo vive relazioni che non durerebbero più di un mazzo di fiori in un vaso.

Se solo non avessimo paura della verità.

Se solo potessimo salvare i nostri propri, stessi ricordi dai mille modi in cui li rendiamo diversi da quello che sono.

Se solo potessimo accettare il senso di delusione, e anche quella punta amara di disgusto, senza dover per forza coprire il sapore con quello stucchevole del miele, dello zucchero, di qualche palliativo che finisce il suo effetto nel tempo di un cucchiaino che si scioglie nel thé – che ancora una volta abbiamo preparato troppo bollente.

Avremmo visto tutto molto prima, molto meglio, invece di perdere anni a conservare ricordi sbagliati, a costruire aspettative sulla base di dati idealizzati in cui c’é, forse, l’un per cento di realtà.

E forse sono troppe percentuali, pero’ io ho provato a vivere di parole, di poesie, di storie, ma niente – mi sa che si sta meglio vivendo di numeri.

 

Che sono grandi come i dubbi che mi fanno male

Ma sono belli come il sole dopo un temporale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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