Una lettera che non ho mai scritto

“Un altro addio/cadere nell oblio/cercarsi per un po’/nel whisky di un bistrot

Un giorno qualunque/mi ricordero’/di dimenticarti/dentro a un cestino”

Da quando ho memoria, ho scritto sulla carta. Lettere, biglietti, post-it, a mia madre, a mia sorella prima di ripartire, alle mie amiche, a quelli che ho amato o ferito, anche a quelli che ho odiato. Inizialmente badavo alla forma. Mi piaceva che la carta fosse bella, i post-it colorati, i biglietti ricercati.

Poi, invece, é rimasta solo la sostanza. Prima che cadessi nella trappola dei pixel, le parole si smaterializzavano nell’inchiostro e perdevano peso, o meglio, lo trasferivano direttamente dalla mia testa, dalle mie dita, al foglio. Un tunnel diretto verso l’uscita, e non importa che scrivessi sul retro dello scontrino della spesa o sulla pagina strappata di una vecchia enciclopedia.

Poi, di pari passo con cose successe, perdite, fratture, errori e notti insonni, ho smesso. Per mesi e mesi, volutamente, ho lasciato pagine bianche nelle mie agende, evitato penne e quaderni, usato solo inchiostro invisibile ai miei stessi occhi. Era troppo. Troppo da sentire, figuriamoci da dire.

Dopo anni, perché noi esseri imperfetti funzioniamo solo col senno del poi, sono qui a dire che quella che credevo essere una scelta istintiva di sopravvivenza fu, invece, un grande errore.

Le lettere che non ho mai scritto, per paura, perché ero impegnata a scappare, perché tentavo di non annegare, me le porto tutte, ancora, dietro con me. E so che é tardi per scriverle, che non avrebbero lo stesso effetto, eppure ci sono queste parole che lottano non solo per venir fuori, ma anche per essere spedite, recapitate al destinatario. Perché questo, e solo questo, é il modo perché trovino il loro posto nel mondo, smettendo di volteggiare come pulviscolo impazzito quando soffia il vento a Marzo.

E allora, non avendo né una macchina del tempo né abbastanza coraggio, quello che posso fare é liberarle nell’aria e sperare che siano abbastanza mature da trovare la strada da sole.

Avrei dovuto scrivere che volevo fare ammenda, lo volevo davvero, per tutti quegli errori commessi per imprudenza, immaturità, paura e troppo amore. Volevo indubbiamente recitare tutto il mea culpa, per tutto il tempo che fosse stato necessario, perché quando non puoi mangiare, dormire o sorridere ti rimangono molte ore per riflettere e capisci quello che fino ad un minuto prima era sembrato essere insensato od oscuro.

Avrei dovuto anche scrivere che esigevo delle scuse. Per tutti gli errori, invece, commessi per disperazione, perché la disperazione la si raggiunge dopo aver provato tutte le soluzioni possibili senza che nessuna funzioni. Esigevo delle scuse per le speranze riposte nel cassetto sbagliato, i sogni affidati al destino sbagliato, la fiducia nutrita per la persona sbagliata. Esigevo delle scuse per aver creduto in qualcosa di cosi’sbagliato, ed averci creduto fino all’ultimo secondo. Avrei dovuto scrivere che avevo bisogno di quelle scuse per credere che alla fine, amore o non amore, l’umanità potesse superare ogni diversità o incomprensione, perché finire archiviati sotto la voce “rispetto” é meglio che finire odiandosi o domandandosi.

Avrei dovuto scrivere di quello che sentivo, compreso l’odio per esserti preso il meglio di me, letteralmente, ed averlo trasformato nel peggio. Avrei dovuto prevedere, e raccontare, di come sarei stata oggi, di quante gocce d’acqua sono necessarie per scavare una roccia che non é mai stata roccia ma che poi si é dovuta fare granito. Avrei dovuto accusare già, essere lungimirante e immaginare quanto, quanto lavoro ci sarebbe voluto poi, e nonostante le infinite ore di restauro no, non é possibile tornare all’origine, restano macchie, graffi, rovine. Rovine con cui qualcun altro dovrà convivere, facendo il doppio della fatica, dello sforzo, delle promesse.

Avrei dovuto scrivere per provare a convincere, a far ricordare, avrei dovuto raccontare una favola magari, di quelle retoriche e banali dove lei é una bambina, o magari una principessa, e pensa che il mondo sia tutto rosa, e tu invece hai gli occhi verdi e sai mentire bene.

Avrei dovuto urlare, perché le urla sono tali anche se fatte d’inchiostro, urlare che quella non era solo una decisione irrevocabile che avrebbe cambiato il corso di una patetica storia di presunto amore come mille altre, ma avrebbe interrotto un’esistenza e ne avrebbe cominciata un’altra, del tutto diversa, forse più giusta, forse totalmente sbagliata, ma che io non ero sicura di voler vivere perché non era frutto di una mia scelta.

Avrei dovuto spedirla, quella lettera, e so bene che non avrebbe avuto nessun effetto, ma almeno me ne sarei sbarazzata e forse, forse, questa nuova versione di me con cui ho dovuto imparare a coesistere oggi sarebbe più leggera.

Ci sono tutti questi sospesi, la rabbia, le ferite, il caffè, l’ultima battuta del copione, e io sono una che chiude. I cassetti, gli sportelli della credenza dopo aver preso lo zucchero, i cicli, il gas prima di partire, le storie andate a male.

Avrei dovuto chiudere, e avrei dovuto farlo nell’unico modo che uso sempre, nel modo in cui ho iniziato, in cui ho ricominciato, in cui sono sopravvissuta.

Scrivendo.

Ed ecco perché sono qui, oggi che é domenica, e che durante questo pseudo-paragrafo sono stata interrotta almeno tre volte, interrotta dalla vita che continua a scorrere, dal presente, che pesa, che deve pesare più del passato, dalle scelte che ho fatto con la testa e a cui sono grata perché sono quelle che, più probabilmente, mi hanno aiutata a stare a galla. Interrotta per ricordarmi che questa, alla fine, é solo una lettera che non ho mai scritto, che non é la mia vita, che non puo’esserlo più, e che io posso ancora sorridere, star bene, appoggiare la testa e riposare un po’.

La spada nello stomaco quando capitano certe canzoni, beh, quella é un’appendice del mio corpo ormai, come il braccio metallico dell’ispettore gadget. E’un momento, poi passa. Passa come i sogni che a volte arrivano indesiderati, come i presentimenti, come gli inutili WhatsApp quattro volte l’anno. Trattengo il fiato, poi torno a ricordami di essere felice.

Dunque eccomi, questa é la mia despedida, questo é il mio addio che comunque ho detto già tempo fa, questo é il mio cerchio chiuso ma mi dimentichero’sempre di tracciare l’ultimo puntino perché si é spezzata la mina mentre premevo sul foglio troppo forte.

E’sempre a denti stretti, a fiato sospeso, a muscoli tesi. Ma é un momento.

Poi passa.

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