Goodbye and I choke

Stasera c’è un bel tramonto, ma non mi va di scattare nessuna foto.

Sarebbe una foto perfetta: gli adorabili tetti di Shuman, la sfumatura del cielo, la luce che scolora. Ma ci sono volte in cui la bellezza è meglio conservarla solo nella propria testa.

Renderla pubblica la sciupa, la consuma, la rende vulnerabile.

Sarà per questo che siamo così anche noi? Esposti e deboli.

Una campana di vetro sarebbe più conveniente, un’esistenza più sussurrata, senza ansie di condivisione e senza giudizi universali che piovono dall’alto su ciò che si vede – ma solo in superficie.

Vorrei una vita che non riesco ad avere, e non è una questione di luoghi. Forse è una questione, invece, di tempi, e più probabilmente di fortuna.

Vorrei una vita che non riesco ad avere e quindi nel frattempo provo a stare bene nella mia, con tutte le difficoltà del caso. E si sa che quando provi a farti andare bene quello che ti capita, ma non ti capita quello che vorresti, ad ogni passo rischi una caduta e ad ogni spigolo ti procuri un livido.

Quando non sei felice, la felicità altrui è insopportabile, eppure io provo a gioirne comunque. Quando non vedi che buio, ti disabitui alla luce e anche il raggio che filtra per sbaglio ti da’fastidio agli occhi. Eppure io non mi nascondo dal sole, anzi.

Ho pensato che questa città non voglio odiarla mai, qualunque cosa dovesse capitarmi qui, qualunque cosa dovessi perdere. Non voglio odiarla mai, perché finora mi ha dato tanto senza che io le chiedessi nulla, senza che io avessi nessuna aspettativa.

Il rispetto, l’accettazione, le storie che si sono incrociate con la mia e per cinque minuti mi hanno fatta sentire compresa. I parchi, le corse mattutine, il chai-latte, le infinite lingue mescolate nei mercati, la sensazione che tutto sia ancora possibile, sempre. Tutte le volte che voci sconosciute su cui ho vomitato le mie ansie di giudizio e fallimento mi hanno risposto ma di che ti preoccupi? Ma non vedi che è tutto solo nella tua testa? Ma per quale motivo questo dovrebbe essere un problema? I tetti, i comignoli fumanti, le gauffres e le porte color pastello. L’appartenenza, pur essendo l’ennesima estranea piombata qui per scappare da qualcosa, i sorrisi della gente per strada senza nessun motivo specifico. Le notti libere, dove tutto sembrava così lontano e niente così stretto. Le sere rassicuranti, con la tavola apparecchiata e qualcuno a farmi compagnia mentre cucino, innocente, disarmante, mentre mi chiede con un po’ di disperazione ma io proprio non capisco, perché non ti fidi?, guarda che i miei sogni sono tutti veri.

Non voglio odiarla mai perché io l’ho usata, l’ho scelta come méta per la mia fuga, come porto, come àncora di salvataggio quando stavo annegando e non potevo nemmeno più chiamare aiuto. E finora non è mai stata dura o impenetrabile, anzi, si è fatta subito familiare, le strade, i caffè, le linee della metro, persino i volti per strada, le épiceries ad ogni angolo.

Non voglio odiarla mai neanche se dovessi lasciarla, perché l’altra sera dall’aereo l’ho vista così bella, e sempre più bella man mano che ci avvicinavamo, un enorme reticolo di luci artificiali e ho pensato “un enorme reticolo di vite”, e qualcuno dietro di me ha detto in francese “questo è il Paese dove puoi essere chi vuoi” e lo trovo vero, profondamente vero. Anche quando sarai tu stesso a giudicarti, sarà confortante non sentirti giudicato.

Tu non giudicarmi mai, ed io non ti odierò mai.

E forse un giorno sarà così anche con le persone.

“Goodbye and I choke”

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