Minus cu minus fac plus

Volevo scrivere di tante cose, troppe a dire il vero, e si sa che chi troppo vuole nulla stringe, quindi alla fine ho fatto passare i giorni e la pagina è rimasta bianca.

Poi è domenica, la tisana è nella tazza, tutto è più o meno pronto per l’inizio di un’altra settimana – tutto e io non lo so, ma lo sarò mai? Sarò mai convinta di esserlo? – e allora ho deciso che era il momento giusto, quello che o lo afferri o lo lasci passare, quello con la colonna sonora perfetta.

Per qualche giorno ho cambiato prospettiva, e ho potuto ricordare che alcuni amori forse sono fatti per essere vissuti a distanza, è il meglio che puoi fare per loro: vegliarci da lontano, ricordarli ogni giorno per quello che ti hanno dato e poi lasciarli andare, perché forse il tuo posto è altrove e forse non vi capirete mai pur amandovi sempre. Perciò ho ripreso l’aereo e sono ripartita, dopo un sorso all’ultima tazzina di caffè macchiato con nostalgia, risentimento e un po’ di rabbia. Quella non passa, forse non potrò digerirla mai.

16117186_10211968861959357_2112781683_nE’caduta la neve, fitta e leggerissima, e la città è diventata un presepe di ghiaccio con le sue luci e i suoi comignoli fumanti tutti perfettamente allineati, i tetti rossi un po’ meno vividi, e la neve fa questa magia di rendere una notte alla luce di una lampada fioca, una coperta e un film già visto talmente perfetti da illudersi che il mondo si fermi in quel momento, che non c’è giudizio, errore, paura, che conta solo la felicità di quell’istante e forse non farà mai alba e non si dovrà mai fare i conti con le conseguenze, le responsabilità, le (in)decisioni sbagliate.

E poi la vita va avanti anche sotto uno strato di brina, i colori del mercato di Flagey non si spengono, le voci, il vapore dalle bocche che parlano ciascuna la propria lingua, l’abitudine che diventa dolce e ti coccola anche quando hai paura, la gentilezza di uno sconosciuto che ti lascia passare, una cena con un’amica conosciuta mesi fa dentro un aereo in ritardo, che sorride tanto e ti abbraccia e ti dice com’è bello rivederti, e vi raccontate tutta una vita in due ore e pensi che quest’incantesimo, questi intrecci casuali sono quello che ti tengono viva, e finalmente respiri perché spieghi quello che hai dentro e non vieni considerata pazza, né eccessiva, né stonata, ma vieni compresa almeno in parte e questo è come un cerotto su un cuore graffiato – e io sul  mio i graffi li sento tutti, sempre.

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E allora speri, per la prima volta, che la matematica non sia un’opinione e che meno più meno faccia più, che uno sbaglio più uno sbaglio diventi una cosa giusta, un sogno realizzato, un dettaglio adatto al quadro. Speri che tentare e sperare siano due azioni che alla fine verranno premiate, molto più che fermarsi e aspettare, nascondersi e avere paura. Speri di avere un giorno un comignolo fumante e un tetto rosso e mille di quelle notti con la coperta e la luce fioca, ti arrabbi perché non sai lasciar andare questo sogno così antiquato e poi invece ti arrabbi perché proprio non vuoi lasciarlo andare, a qualunque costo.

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E poi arriva domenica, e un’altra settimana comincia tra poche ore e finalmente ho scritto – non tutto quello che avrei voluto, ma almeno una parte.

Restano fuori le notti freddissime e stellate dalla finestra di casa mia, quelle che non si possono mai raccontare, gli abbracci che non ho dato e continuo a tenere nelle mani e prima o poi sarò coraggiosa anche per far questo, le solitudini che imparo ad ingoiare e gli attimi perfetti che mi terrorizzano per la troppa bellezza.

Resta fuori questa sera, una sera serena, dalla mia finestra guardo un pezzo di presepe e la canzone dice le cose che chiunque vorrebbe sentirsi sussurrare d’inverno, tutti gli inverni della propria vita.

Tu eşti refrenul, iar eu te cânt

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