LOVE ON THE WEEKEND

Domenica mattina, in un freddo accettabile, sono andata al mercato in una delle mie piazze preferite. Come sempre era pieno di gente, di vapore che si alzava dal cibo, di profumi, di lingue diverse. C’erano le vecchiette con le loro tenute improbabili e colorate a comprare noci e verdura per il pranzo, c’erano i turisti ad assaggiare le gauffres vanille calde, c’erano quelli come me, pigri piu’del solito, sciarpa fino alle orecchie e zero voglia di cucinare, a decidere se fare colazione o pranzare.

Io, alla fine, ho fatto entrambe le cose. In genere per me la colazione  e’sacra, quella della domenica e’un regalo a me stessa per chiudere bene l’ultimo giorno del weekend: e allora un enorme caffe’latte speculoos e un’altrettanto enorme gauffre che ho divorato con soddisfazione fino all’ultimo morso, insieme a due bellissimi gemelli biondi seduti vicino a me e cosparsi di zucchero appiccicoso dalla testa ai piedi. Dei tre, di sicuro sono stata l’unica a sentirsi in colpa per le calorie, beati loro. Alla fine, dopo una passeggiata, sono tornata per il pranzo e lo stand greco ha vinto sugli altri: lo tzaziki fresco e le polpette di zucchine sono state un’ottima scelta.

Non mi sono quasi accorta di come sia passato veloce il fine settimana, la citta’ormai completamente immersa nel Natale, meravigliosi spettacoli di luci ad ogni angolo, i mercatini, gli addobbi e un sacco di gente felice che cammini e ti chiedi chi, in questo mondo che va a rotoli, possa essere cosi’vuoto e arido da trovare una giusta causa per voler intenzionalmente spezzare questo meraviglioso e delicato equilibrio di tolleranza e convivenza. Siete pazzi, se non vedete la meraviglia oppure se volete comunque distruggerla. Siete pazzi e non meritate alcuna pieta’o comprensione.

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C’e’ un’infinita’di cose che questo Paese mi insegna, e la prima di tutte e’che e’davvero possibile vivere non assegnando nessuna precisa connotazione a seconda di religione, razza, nazionalita’ed eta’. Qui ci si sente come sospesi in una bolla fuori dal comune tempo e spazio; essere italiani, albanesi, francesi, greci o rumeni non e’altro che una parola. Non fa di te null’altro se non quello che e’visibile, o che dimostri. Per questo e’un posto in cui in cosi’tanti provano a realizzare sogni che altrove risulterebbero ridicoli. Le proporzioni sono altre, differenti, e mi fanno davvero sperare che un giorno il mondo possa essere cosi’. Uno, enorme, composto da sole persone, al di la’di ogni utopia da cartellone delle scuole elementari. Sarebbe cosi’semplice, eppure. Eppure, a partire dal mio stesso Paese, sembra una cosa complicatissima.

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C’e’una cosa che rende possibile sentirsi a casa, anche quando casa “quella vera” e’lontana chilometri. Per anni, per il mio caffelatte della colazione ho usato sempre la stessa tazza. Credevo che, usandone un’altra, sarebbe cambiato il sapore, l’importanza del rito, la confortevolezza dell’abitudine. Bene, la tazza non e’venuta con me quando tre mesi fa ho fatto i bagagli. Ne ho comprata un’altra, per praticita’, e non ho mai piu’ripensato alla precedente, che forse staranno usando mia madre o mia sorella. Eppure il caffelatte e’buono ugualmente, la colazione rimane il mio pasto preferito e con quella tazza calda tra le mani io la mattina, mentre cerco di stimare di quanto saro’in ritardo quel giorno, mi sento a casa comunque. Guardo fuori dalla finestra, faccio il countdown al prossimo fine settimana, al Natale, a un momento piacevole, decido quale maglia indossare. E realizzo che “casa” e’lo stato mentale di quando, serenamente, stai provando ad essere il piu’felice possibile. Ovunque e comunque tu lo stia facendo. Soprattutto se sei finito dentro una magica bolla di sapone in un Altro Quando.

Per rispetto a tutta questa bellezza, a tutta questa umanita’, provarci e’d’obbligo.

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“It’s a Friday, we finally made it
I can’t believe I get to see your face
You’ve been working and I’ve been waiting
To pick you up and take you from this place

Love on the weekend
Like only we can

…And I’ll be dreamin’ of the next time we can go
Into another seratonin overflow”

“When you’re still waiting for the snow to fall… it doesn’t really feel like Christmas at all”

La città si prepara al Natale, ed io con lei.

Il passaggio dall’autunno all’inverno quasi non si fa sentire: i colori virano dolcemente dal rosso e oro vivo all’indefinibile tonalità grigio ghiaccio della stagione che tutto congela.

A dispetto di tutti gli avvertimenti che mi sono stati dati, il freddo vero non e’ancora arrivato e mi sento fortunata quando, uscendo da lavoro, la serata (con giaccone addosso e sciarpa intorno al collo, ovviamente, perché io sono una freddolosa cronica a prescindere) e’ ancora piacevole e le luci si abbassano pian piano.

Intanto, in centro tutto inizia a scintillare. Da piccola adoravo il Natale, non vedevo l’ora arrivasse e non potevo resistere a tutto il carrozzone dei regali, i pacchetti, le compere dell’ultimo minuto. Nel tempo ho perso un po’ d’entusiasmo, ma essere qui, in questo posto in cui Babbo Natale sembra vivere un po’piu’vicino, mi rende di nuovo una bambina felice.

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A ridosso del Natale dell’anno scorso, quando la mia vita aveva appena iniziato a cambiare, mi trovavo qui per lavoro e non potevo credere ai miei occhi: tanta bellezza, tanto luccichio, un sacco di gente e di buste coi fiocchi, e un profumo di churros, mele caramellate, vin chaude e gauffres che uscire senza mangiare nulla era assolutamente impossibile. C’e’ un’altra cosa che adoro del trovarmi in una città cosi’ multiculturale, ed e’quella di avere a disposizione praticamente tutto il cibo del mondo: i mercati sono pieni di bancarelle con piatti tipici marocchini, indiani, europei, italiani, libanesi, thai e davvero qualunque varietà possiate  immaginare.Scegli in che posto del mondo vuoi cenare oggi, ti basta scendere sotto casa.

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Quest’anno, dopo un po’ di tempo perso, credo che il Natale mi restituirà qualcosa indietro. Una piccola parte di tutto l’entusiasmo che gli ho dedicato, e anche un pizzico di magia. Prenderò l’aereo per tornare a casa solo dopo essermi goduta la mia pausa dal mondo, qui, lontana da ricordi e aspettative, dove comunque tutto continua ad essere possibile e dove, a distanza di quasi tre mesi, non ho avuto nessun tipo di pentimento, nemmeno nei giorni peggiori. Quelli migliori restano ancora a metà tra un miracolo e un dono.

Intanto, aspetto che nevichi sulla mia piazza delle favole.

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Paris

Alcuni miti non vogliamo sfatarli.

Come quello della ville lumière, ad esempio. La citta’piu’bella al mondo (e anche piu’fredda, ma questo e’un altro discorso), piu’romantica, piu’luminosa.

Ed io confermo, e’tutto vero.

Non ci ero mai stata prima eppure per anni l’ho sognata, immaginandola in ogni particolare. E giuro, in trent’anni di vita e’stata una delle poche cose che non ha disatteso le mie aspettative – anzi, le ha superate.

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Parigi e’un posto dove ogni angolo vale una foto. Dove cammini e il vento ti taglia la faccia, ma questo non ti impedisce di andartene in giro col naso all’aria perche’la bellezza e’tanta, troppa, quasi insolente. Non dice niente sottovoce, grida tutto. L’arte, la storia, l’architettura, tutto e’evidente e tutti i cliché sono rispettati. I parigini con la puzza sotto al naso e la baguette sotto il braccio, i musicisti ogni cento metri, gli artisti che vendono quadri e cartoline (ma chi ha bisogno di comprarle, mi sono chiesta, quando basta una foto a caso a cui non serve nemmeno applicare un filtro per avere un quadro?), il profumo di pain au chocolat ovunquei gatti, la musica di Edith Piaf.  E le donne vestite in quel modo che forse altrove non sarebbe neanche considerato fashion, ma qui e’semplicemente perfetto, e gli uomini tutti in nero, con i capelli lunghi e i cappelli fuori moda. Le nuvole, la pioggia, il sole, ci sta bene tutto. Non c’e’nulla che sia fuoriluogo, dal mercato con mille differenti tipi di cibo, ai turisti giapponesi che sfoggiano tutto il loro armamentario fotografico, alla polizia, che dopo gli ultimi tristi eventi e’diventata parte integrante dello skyline.

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Una fuga a Parigi, anche di poche ore come la mia, e’un tuffo nella vita. Nelle infinite possibilita’di vita e di sorpresa che abbiamo anche senza rendercene conto, anche dimenticandocene. Mi sono pensata a svegliarmi ogni mattina in un microscopico studio con una grande finestra sulla strada, a svegliarmi con la musica di sottofondo – e’una citta’che ha una colonna sonora non stop, o almeno questa e’l’impressione che ne ho avuto io -, a indossare la mia sciarpa piu’spessa per andare a lavoro perche’il freddo, ragazzi, il freddo e’qualcosa che Bruxelles a confronto e’Miami Beach. Mi sono immaginata in un’altra vita, piu’complicata forse, ma ricca di altre sfumature che oggi non vivo. Una vita che, se lo volessi, potrei cominciare domani, ed e’la cosa piu’consolante del mondo sapere di poter cambiare tutto – o almeno molto – della propria quotidianita’quando lo si vuole. O almeno, lo e’per me. Un tempo, solo qualche anno fa, un pensiero del genere mi avrebbe terrorizzata, oggi invece mi rincuora, mi rassicura e mi calma. Come si cambia, quando devi per forza di cose rivedere i tuoi piani accuratamente costruiti in anni di illusioni.

Mi sono immaginata qui da sola, forse un po’persa, di sicuro coraggiosa, a passeggiare di sera con le cuffie nelle orecchie, cappello e guanti. Di sera, quando la quantita’di luci ti catapulta a Natale anche se e’settembre, quando gli angoli bui diventano pericolosi e ti ricordi di quanto immenso sia il posto in cui vivi, quando, comunque, la vita non si arresta e la gente fa shopping sugli ChampsÉlysées aperti fino all’una, e alle nove di sera si ferma per una pausa thé coi macarons in un gigante McDonald’s con vista.

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Di sera, con una vista cosi’, le auto, le persone – tante, tantissime persone -, la pioggia, mentre aspettavo di riprendere il mio autobus per tornare in Belgio, ho vissuto questo perfetto momento di osservazione dell’esistenza che continua nonostante tutto. Nonostante le storie tristi, i cuori infranti, l’ISIS e un mondo che sembra sempre piu’spesso non avere un senso logico.

Parigi, come altri posti al mondo, dovrebbe essere protetta da qualsiasi bruttura, tranne da quelle che fanno parte del suo tessuto intrinseco. Non solo perche’e’bella, non solo perche’e’storia e cultura, ma perche’ci ricorda che c’e’sempre qualcosa di meglio da vedere, da visitare, e, se siamo abbastanza fortunati, da vivere. Ci ricorda che tutto scorre e questa non e’solo una banalita’da 400 a.C.

E’la vita, onesta e imprescindibile.

DON’T GET METAPHYSICAL

E insomma, e’successo che qualche sera fa io volessi scrivere di una cosa triste, anzi volessi addirittura raccontare una storia triste, che sarebbe bene io dimenticassi ma che a volte si ripresenta prepotente.

Invece poi non ne ho avuto il tempo, e forse e’meglio cosi’, perche’poi sono successe alcune cose piacevoli, altre addirittura belle, ed ho pensato a quanto sia sorprendente il fatto che in un modo o nell’altro, magari alla fine e dopo percorsi infinitamente tortuosi e poco espliciti, la vita – e con “vita” intendo la sua bellezza, l’eterna possibilita’di ripartire, la meravigliosa opzione per il quale tutto, in ogni momento, e’sempre possibile – vinca sul passato, sul rancore, sul fallimento.

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Qui l’autunno continua ad essere freddissimo e bellissimo, di frequente accade che io mi fermi mentre cammino per rubare una foto, nonostante il vento gelido o la pioggerellina – si, e’reale, non e’un mito – o l’autobus che puntualmente finisco per perdere.

E insomma, e’arrivata questa data che temevo e che nell’ultimo anno ho sperato di allontanare il piu’possibile, ovviamente senza successo.E’arrivata e non ha avuto l’impatto devastante che credevo, forse anche perche’ho accuratamente evitato di pensarci troppo. Ho ricevuto diversi doni, perche’definirli regali sarebbe riduttivo.

Il primo e’stato l’augurio di una collega, “I wish you a lovely day despite the clouds, but you’re sunny inside so no problem at all”. E vi assicuro che sentirsi dire che si ha il sole dentro, quando la maggior parte del tempo ci si senta invece in tempesta, e’quantomeno una bella consolazione.

Il secondo e’stato un consiglio, da parte di un’altra collega e coetanea – si, ho un sacco di colleghe sagge, l’ultima mi ha svelato una vera e propria magia per ritrovare le cose quando le perdi, per dire, e vi assicuro che funziona -.

“Don’t get metaphysical about your age. Who cares?”. Che potete anche tradurre con: smetti una buona volta di farti assurde paranoie e vivi, punto. E l’ho trovata una frase puntuale e azzeccatissima, trattandosi di me, la ragazza-metafisica per eccellenza.

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Poi ci sono stati degli “oggetti”. Un armadio nuovo, una foto e una scatola di cioccolatini.

Che, nell’ordine, mi hanno ricordato quanto segue.

I nuovi inizi, anche se sono spaventosi, sono una benedizione del cielo, e basta poco per sentirsi a casa e ricominciare. Dovremmo ricordarcelo nelle giornate nere.

La dolcezza non andrebbe arginata, fermata, impedita mai. Neanche quando ci imbarazza, neanche quando ci sembra troppa, neanche quando sappiamo esserla fine a se’stessa. Mai.

E infine, mi e’venuto in mente Forrest Gump. La vita e’come una scatola di cioccolatini e bla bla bla. Il che e’vero.

Soprattutto se, come me, se ne ha una dipendenza da sempre e si e’scelto di trasferirsi in una citta’dove la cioccolata sa di paradiso.

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Happy birthday, Lila.

VERSUS

Questa e’, de facto, la citta’dei contrasti.

Gli enormi buildings delle istituzioni, cemento e vetro, insieme all’architettura tipica delle citta’del nord, con le loro case colorate, i tetti a punta e gli interni in legno.

Gli uomini d’affari in giacca e cravatta e gli arabi nei loro abiti tipici.

Le donne con il tailleur Armani ma le sneakers ai piedi, perche’se piove e devi correre il tacco dodici – anzi, il tacco e basta, di qualunque altezza esso sia – non e’la calzatura migliore.

Questa utopica Europa unita, presente in ogni bandiera, poster, manifesto ed angolo, e la netta divisione tra gli stessi abitanti del Paese a seconda della lingua che parlano.

I sogni, anche quelli piu’grandi, a portata di mano e la difficolta’di realizzarli che ti si materializza di fronte piu’e piu’volte al giorno.

Il freddo che vorrebbe chiuderti in casa e la bellezza in ogni dove che ti costringe ad uscire.

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Vivere in un contrasto e’tutt’altro che semplice. Se ne diventa il prodotto, e credo che alla lunga in qualche modo ci si abitui. Non ci sara’piu’nulla di strano in un funzionario vestito di tutto punto che pedala sotto la pioggia con il giubbetto giallo catarifrangente.

Ma allo stesso tempo – ed e’una cosa che mi piace tanto quanto mi terrorizza – ci si ridimensiona. Tutta questa vastita’, tutte queste possibilita’, tutte le storie che si confondono sotto questo cielo fanno si che ci si renda conto di quanto si e’piccoli, di quanto poco e’lo spazio che si occupa in questo pianeta.

Si incontrera’sempre qualcuno che ha la meta’dei tuoi anni ed ha fatto il triplo delle cose che tu, nel tuo cantuccio, hai avuto anche solo il coraggio di immaginare di fare.

E questo fa bene. Rischiara la mente, le intenzioni, rispolvera l’umilta’che perdiamo tanto semplicemente perche’ci sentiamo, un po’tutti, esclusivi, outsider della vita, incompresi.

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Sprona anche, certamente, a non mollare.  Oppure a farlo, se necessario, perche’accettare i propri limiti e’sempre meglio che fingere di non vederli affatto.

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