Un mese

 

Non ha fatto rumore, questo primo mese.

Non me ne sono quasi accorta, sara’per questo che non so bene con quali parole celebrarlo.

Ricordo, piu’di tutto, il terrore cronico con cui aspettavo il mio volo all’aeroporto. Era il ventunesimo per me dall’inizio dell’anno, ma mi sentivo come se non ne avessi mai preso uno in vita mia.

Una paura per la quale non potevo bere, mangiare o parlare, lo stomaco attanagliato e la voglia di essere codarda, tornare indietro e riprendere tutto esattamente dal punto in cui l’avevo interrotto.

Ma e’vero quando si dice che una volta cominciato il percorso, bisogna necessariamente arrivare fino in fondo e vedere se c’e’un’uscita. Tornare indietro avrebbe avuto il gusto amaro ed affumicato della sconfitta, e chiunque mi conosce sa quanto io preferisca il dolce.

Non ho mai raccontato com’e’stato atterrare, pero’, sapendo di non avere, per il momento, nessun biglietto di ritorno. Sono arrivata alle dieci passate, la citta’gia’buia e tutta luci, l’aeroporto che ormai conoscevo cosi’bene, e nell’istante in cui sono scesa dall’aereo per cercare il taxi, con due valigie pesantissime (e sbagliate, ovviamente!), tutto e’passato. Nessuna incertezza, nessuna paura, nessun rimpianto, niente di niente.

L’unico pensiero nitido, nel tragitto per arrivare a casa, e’stato: quante cose non facciamo per paura, quante cose rimandiamo troppo a lungo, e che tremendo errore e’questo.

Io ero esattamente dove avrei dovuto essere. Probabilmente tutto intorno a me, e dentro di me, mi aveva preparata al momento per settimane, mesi, che sono stati spesso durissimi, lunghi, interminabili. Poi i pezzi del destino si sono incastrati tutti, uno in fila all’altro: tempi, modalita’, fatti e parole. Il coraggio mi e’costato infinite notti insonni, un paio di pianti di durata medio-lunga e le dita tormentate per circa venti giorni.

Poi ho deciso: salto. Se cado mi rialzero’, anche con le ginocchia sbucciate. Questo me l’ha insegnato l’ultimo anno che ho vissuto, che e’stato solo cerotti e bende: eppure sono qui.

Sono qui dopo un mese nuovo, con un altro lavoro, un’altra casa, un altro numero di telefono in un altro Paese, un corso di francese dove parliamo piu’spagnolo, rumeno e turco che altro, un bel po’di volti nuovi e un altro tratto di strada che e’appena all’inizio. Sono qui con le normali nostalgie dei giorni piu’nuvolosi (o di quelli in cui sono meno forte dei miei ormoni) e una migliorata capacita’di gestirle.

Sono qui con un unico consiglio: spaventatevi, abbiate pure una paura indescrivibile.

Ma poi, saltate lo stesso.

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