Autumn Girl

 

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In teoria non si dovrebbe scrivere di notte, a meno che non sia una notte particolarmente speciale, né quando il cielo é grigio, né di lunedí, perché  c’é il 90% di probabilitá che quello che ne venga fuori risulti fortemente malinconico.

Ma Tenco aveva ragione a dire che “scrivo solo quando sono triste, perché quando sono felice esco”, dunque oggi che ne abbiamo due su tre (cielo grigio e lunedí, e dio solo sa quanto io detesti i lunedí), eccomi.

Sono in pieno autunno, colori meravigliosi, tramonti cosí vividi da sembrare sofferenti e qualche grado in meno di quello che ricordassi.

Piú cresco (dovrei dire piú invecchio?), piú mi innamoro di questa stagione fatta di sfumature splendenti ma non sgargianti, incantevoli ma non accecanti, come una bella canzone che si fa ricordare senza bisogno di acuti o troppi accordi. Piú cresco, piu al caldo estivo preferisco questo periodo in cui si puo essere se stessi, non bisogna essere a tutti i costi felici e sempre in giro, si puó scegliere il tepore della casa e della tazza di thé senza  doversi giustificare troppo col mondo. Fa freddo, é abbastanza, e quest’anno é il freddo belga, non quello italiano, se aveste bisogno di altri motivi per scusarmi.

Ho l’autunno dentro. E ogni volta che questo clima arriva ed io mi allineo con la temperatura ed i panorami, penso sempre la stessa cosa.

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I compromessi non fanno per me.

Io non voglio dover essere una ragazza d’estate solo perché tutto il mondo pensa che l’estate sia migliore. Non voglio i capelli lisci invece che ricci perché sono piú gestibili, sorridere invece di piangere se é questo che ho voglia di fare, dirti che hai ragione quando invece sono convinta tu abbia torto solo perché non si vive se non si fa buon viso a cattivo gioco.

Mi dispiace (per me stessa), ma fin quando l’accettazione sociale passerá attraverso la finzione, io resto felicemente ai margini.

7La tolleranza, la comprensione di quello che non posso capire o che é diverso da me, questo é quello che tento di coltivare, ma i compromessi per paura di (restare soli, essere considerati strani, e altre mille cose che succedono a chi non sa fingere)…no, quelli mai. Che vi piaccia o meno. E sono cosí certa di questo che sono pronta a prendermi tutte le (altre) conseguenze di questa scelta radicale.

Intanto, mi guardo intorno e di tanto in tanto perdo il fiato, perché lei, questa Bruxelles di cui ancora conosco cosí poco, é dolorosamente bella ora piú che mai, e mi ricorda che si puó amare anche quando tutto si fa difficile, che ogni dolore é utile, e che ci sono davvero poche cose irrimediabili. Mi ricorda anche che nulla é illegale, finché ci alleggerisce il cuore e non fa male a nessuno. Nulla é sbagliato, perché alla fine della stagione – in qualunque stagione stiate vivendo – quello che conta é che i propri conti tornino, che si risponda serenamente alla propria coscienza, che si possa dire “SI” se ci si chiede “stai facendo tutto il possibile?”, che si possa osservare nello specchio la migliore versione di sé stessi.

E, pazientemente, arriverá il tempo in cui avremo intorno solo persone per cui non ci sará bisogno di fingere la primavera quando é inverno.

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Un mese

 

Non ha fatto rumore, questo primo mese.

Non me ne sono quasi accorta, sara’per questo che non so bene con quali parole celebrarlo.

Ricordo, piu’di tutto, il terrore cronico con cui aspettavo il mio volo all’aeroporto. Era il ventunesimo per me dall’inizio dell’anno, ma mi sentivo come se non ne avessi mai preso uno in vita mia.

Una paura per la quale non potevo bere, mangiare o parlare, lo stomaco attanagliato e la voglia di essere codarda, tornare indietro e riprendere tutto esattamente dal punto in cui l’avevo interrotto.

Ma e’vero quando si dice che una volta cominciato il percorso, bisogna necessariamente arrivare fino in fondo e vedere se c’e’un’uscita. Tornare indietro avrebbe avuto il gusto amaro ed affumicato della sconfitta, e chiunque mi conosce sa quanto io preferisca il dolce.

Non ho mai raccontato com’e’stato atterrare, pero’, sapendo di non avere, per il momento, nessun biglietto di ritorno. Sono arrivata alle dieci passate, la citta’gia’buia e tutta luci, l’aeroporto che ormai conoscevo cosi’bene, e nell’istante in cui sono scesa dall’aereo per cercare il taxi, con due valigie pesantissime (e sbagliate, ovviamente!), tutto e’passato. Nessuna incertezza, nessuna paura, nessun rimpianto, niente di niente.

L’unico pensiero nitido, nel tragitto per arrivare a casa, e’stato: quante cose non facciamo per paura, quante cose rimandiamo troppo a lungo, e che tremendo errore e’questo.

Io ero esattamente dove avrei dovuto essere. Probabilmente tutto intorno a me, e dentro di me, mi aveva preparata al momento per settimane, mesi, che sono stati spesso durissimi, lunghi, interminabili. Poi i pezzi del destino si sono incastrati tutti, uno in fila all’altro: tempi, modalita’, fatti e parole. Il coraggio mi e’costato infinite notti insonni, un paio di pianti di durata medio-lunga e le dita tormentate per circa venti giorni.

Poi ho deciso: salto. Se cado mi rialzero’, anche con le ginocchia sbucciate. Questo me l’ha insegnato l’ultimo anno che ho vissuto, che e’stato solo cerotti e bende: eppure sono qui.

Sono qui dopo un mese nuovo, con un altro lavoro, un’altra casa, un altro numero di telefono in un altro Paese, un corso di francese dove parliamo piu’spagnolo, rumeno e turco che altro, un bel po’di volti nuovi e un altro tratto di strada che e’appena all’inizio. Sono qui con le normali nostalgie dei giorni piu’nuvolosi (o di quelli in cui sono meno forte dei miei ormoni) e una migliorata capacita’di gestirle.

Sono qui con un unico consiglio: spaventatevi, abbiate pure una paura indescrivibile.

Ma poi, saltate lo stesso.

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