Un bambino di nome Mondo

E’facile, quando cambi vita e citta’, trovare storie che vale la pena scrivere ad ogni angolo. O forse e’questa citta’in particolare, o forse sono io che non smetto di immaginare le vite degli altri.

Nella mia classe di francese – un corso intensivo molto economico, che mescola operai, banchieri, funzionari e tappezzieri, studenti e pensionati da praticamente ogni zona del mondo – c’e’ un bambino di tredici anni.

Ha un nome arabo e una faccia cosi’europea che il primo giorno, quando l’insegnante lo ha chiamato, pensavo si fosse sbagliata.

E’figlio di una coppia marocchina. I suoi genitori sono di Tangeri ma lui e’nato in Spagna e da qualche mese vive in Belgio. Insomma, la migliore rappresentazione paneuropea (e oltre) che io abbia mai incontrato finora. Se c’e’qualcuno che incarna alla perfezione questo desiderio di appartenenza ad un’unica entita’di cui tanto parliamo, e per il quale si spendono cosi’tanti soldi, be’, questo e’lui.

Parla sei lingue. Si, ho detto sei, e ho istintivamente pensato alla mia laurea, che a casa sua, al massimo, servirebbe per coprire una crepa sul muro.

Arabo e spagnolo, le lingue della famiglia e del posto in cui e’cresciuto finora. Inglese perche’l’ha studiato a scuola, francese perche’adesso vive qui, fiammingo perche’e’una delle lingue ufficiali belga e allora sta studiando pure quella. E euskara, una cosa di cui io ingnoravo anche l’esistenza prima che me lo spiegasse lui: la lingua dei Paesi Baschi.

Imad vuole diventare un diplomatico. Parla con tutti e sorride a tutti, arabi, italiani, spagnoli, gente del posto, passa da un idioma ad un altro senza nessun problema. Ha un dolcissimo accento spagnolo in francese e a volte dice olvider invece di oublier, per ovvie ragioni. Gli ho offerto degli M&M’s, ma ha gentilmente declinato, perche’la cioccolata gli piace semplice, senza noccioline.

Gli ho anche chiesto: e’meglio qui o in Spagna? E mi sono sentita un’idiota quando, serafico, mi ha risposto che la Spagna era buena, por la comida y el tiempo, pero’qui c’e’ il lavoro e lui ha un sogno da realizzare, allora va bene anche qui, voy a ser feliz.

Mi sono sentita un’idiota perche’un bambino di tredici anni mi ha insegnato, in un paio di frasi, la resilienza e il coraggio che noi adulti o presunti tali andiamo perdendo man mano che cresciamo. Lui ha un sogno e solo quello conta, il dove e’un contorno.

E’successo, mentre parlavamo (io col mio spagnolo arrugginito, lui con la sua bellissima tonada) durante una pausa, che due ragazzi sui trent’anni, con l’aria tristissima da “vado in giro a sfidare il mondo”, abbiano cominciato a discutere, e che la discussione si sia poi trasformata in un litigio. Noi abbiamo osservato, aspettando di rientrare in classe e sperando che le acque si calmassero. Alla fine della scenetta gli ho detto in spagnolo: per favore Imad, prometti di non diventare cosi’ da grande.

Lui, questo piccolo ometto, mi ha risposto serissimo che no, non crescera’cosi’, perche’lui vuole essere una brava persona e perche’vuole trovare una brava ragazza e sposarsi, ma come puo’una ragazza sposarsi quando e’cosi ‘difficile trovare un ragazzo che sia bravo, serio e non passi i suoi pomeriggi a fare risse? E quindi no, no, yo voy a ser bueno. Tredici anni e tutta questa saggezza, signori, che volevo quasi chiedergli di dare lezioni agli “uomini” della mia generazione.

Be’, mon petit, il fatto e’che purtroppo ho abbastanza anni da sapere che le promesse fatte quando ne hai tredici diventano, a un certo punto, davvero difficili da mantenere. Ma sono fiduciosa. Perche’hai un sogno, non hai paura e, almeno, ti impegni a promettere. Si, vas a ser feliz, tu e quella brava ragazza che troverai.

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