Solo luci

 

Da quando sono qui ho ripreso a fare cose che da tempo avevo relegato in quel cassetto che non si apre mai, tra un ‘non ho tempo’ e un ‘non ho voglia’.

Questo posto, o più semplicemente il cambiamento, sta demolendo pezzo per pezzo la bolla di sapone che avevo (o che si era?) creato intorno a me da qualche tempo a questa parte, permettendomi di riprendere il contatto con la realtà.

Da troppo tempo avevo smesso di scrivere, di osservare, di stupirmi. E non era solo noia o abitudine, no: era una privazione di qualunque moto dell’anima, era una testa che per anni non è mai, mai andata in pausa. Lavoro, dovere, problemi, tabelle di marcia infrante, soluzione, rimedio, alternativa, piano b, dolore da nascondere e di nuovo lavoro, dovere, problemi.

Ho vissuto facendo il collante di me stessa: tentando disperatamente di tenere insieme i pezzi, i miei, quelli altrui, a qualunque costo, anche a quello di implodere e spegnermi, pur di non vedere frantumati i progetti perfetti che ho iniziato a fare – tracciando il percorso del mio stesso fallimento – da quando avevo dieci anni.

Poi la vita è successa, e tutto è effettivamente andato in pezzi come un vaso cinese la cui porcellana non vale due soldi. E ora sono dove sono, a fare cose che avevo dimenticato di poter fare. Ed è come se qualcuno, finalmente, avesse premuto il tasto OFF.

Scrivo, cammino, mi guardo intorno. Mi stupisco – di angoli, case, luci, tramonti, negozi (le more? Ci sono le more in Belgio? Chissà perché quando si pensa ad un Paese che non è il proprio, ci si immaginano questi scenari improbabili di luoghi in cui i beni primari e i cibi essenziali siano una specie di Santo Graal, impossibili da trovare. Non so perché: le more sulla bancarella di un mercato belga mi sono sembrate stonate, esotiche e bellissime. Inutile specificare che le ho comprate, mangiandole mentre giravo per strade in cui ancora mi perdo).

E per quanto mi piacciano le illusioni, che senza di queste sarebbe come una tazzina di caffè senza zucchero alle sette di mattina, ho davvero troppi anni ormai per poterci credere fino in fondo. Vedo già i difetti e gli svantaggi di questa città, che ne ha tanti quanti molte altre – non mi illudo che tutto quel che luccica sia oro.

Però. Però qui di luci ce ne sono tante, e almeno riesco a notarle di nuovo. Almeno sono tornata ad osservare, a prestare attenzione.

Non faccio più progetti, quelli no. Mi spaventano troppo e mi hanno delusa ferocemente, quindi non posso fare altro che prendere tutto un giorno alla volta, compresi i giorni cattivi.

Ho la seria intenzione di spremere questo posto fino all’ultimo minuto. Imparare il francese, visitare le città vicine, cambiare due autobus e un tram per andare al festival dinonsocosa nello sperduto villaggio belga dinonsoche.

Ecco, io non so quanto tempo insieme avremo, ma belle, ma quello che so è che vorrei renderlo memorabile. Nessun rimpianto alla fine del viaggio.

Che poi, se ci pensi, è esattamente come si dovrebbe vivere la vita.

 

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