Intanto m’innamoro.

Ho camminato così tanto a piedi, come non facevo da secoli, che adesso ho dolore a muscoli che non ricordavo più di avere. Ho scaricato tre batterie dell’Iphone col solo uso di Google Maps e preso autobus e tram come se non ci fosse un domani. Ho mangiato una quantità innumerevole di gauffres perché a me questo Paese, da sempre, mette fame. Ho scovato angoli della città, percorrendola in lungo e in largo, per i quali mi sono fermata di botto in mezzo alla strada perché erano come lampi di bellezza estemporanea che non puoi non guardare. Ho visitato case, tante case, senza ancora averne trovato una. Ho fatto una spesa d’emergenza, improvvisata, e non si può dire che io abbia provviste sufficienti o appropriate. Ho dovuto scovare i miei vestiti dagli scatoloni – idem per le scarpe – per poter uscire di casa. Ho indossato abiti autunnali temendo il clima belga, ché tutti mi hanno sempre terrorizzata, e invece 24 gradi che se macini kilometri a piedi si sentono come se fossero 28. Ho trattenuto il fiato di fronte a place Flagey al tramonto. Ho incontrato un americano, un francese, due indigeni e  tanti, tantissimi italiani e sentito storie che non credevo possibili.

Non sono dall’altro lato del mondo, ma per una che fino a 48 ore fa era abituata a fare casa-lavoro-palestra, in macchina, per le strade di una città conosciuta da ormai 7 anni, le cui facce avevano smesso di sembrarmi nuove da molto tempo, questo è tanto. Non guardavo più i tramonti, né il mare, con nessun tipo d’interesse. Ho consumato, divorato, ridotto all’osso ogni mio sentimento per quel luogo, che mi ha dato qualcosa e mi ha anche tolto tanto. Temevo la nostalgia, questi primi giorni che tutti chiamano ‘i più difficili’ (e lo sono per davvero), ma anche stanca morta, anche dopo la diciottesima casa che non andava bene, anche con le piante dei piedi consumate, nelle ultime 48 ore mi sono guardata intorno e ho sempre pensato “sono felice di essere qui”. So che è poco tempo per decidere di aver fatto la cosa giusta – ma questo primo impatto è come mangiare un gusto di gelato nuovo, che abbiamo scelto rischiando: che soddisfazione quando effettivamente scopri che ti piace e il tuo cono non andrà sprecato.

E penso che in fondo il difficile non sia adesso: il difficile verrà quando all’entusiasmo della scoperta subentrerà la noia, come in ogni grande amore che si rispetti. Fino ad allora, o hai costruito qualcosa di davvero importante e riesci a superare oppure fai come ho fatto io: chiudi una valigia e vai via. Perché se si ha il giusto perché si possono superare tutti i come, altrimenti ogni lotta diventa inutile.

Bruxelles è bella senza bisogno di filtri, come le foto che ho fatto. Lo sapevo già, ma me l’ha confermato in questi giorni. Non le starebbero bene colori vivaci o troppe voci per strada: la sua pelle è questa, grigio perla con sprazzi di rosso, di verde, di blu, qualcuno che legge su una panchina o la ragazza con le cuffie rosse e i calzini bianchi che si allacciava le scarpe oggi a Flagey. La vita brulica sotto la sua superficie, questo mescolarsi di passati diversi che chi è nato qui ha dovuto accettare e, in un certo senso, accogliere. Anche camminando per strada ci si sente parte di qualcosa – ed è quello che è successo a me, mentre persa nei miei mille casini da risolvere incrociavo sconosciuti attimi di poesia random.

Non so come andrà, sto ancora cercando le parole giuste per parlarne.

Intanto m’innamoro. Poi si vedrà.

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