Tre scatoloni e due valigie

Non è la notte prima della partenza, non è neanche l’alba del giorno del volo.

E’solo l’antivigilia – sapete, la cugina-bruttina-ma-simpatica: non mangiare troppo, non è mica Natale, tieni il posto per il cenone quello vero.

E dovrebbe essere così anche stasera. Non provare troppo, non ti è ancora concesso, hai altre 48 ore a tua disposizione quindi questo misto di terrore, agitazione, emozione e paura (ho scritto una parola positiva su quattro, andiamo bene) conservalo per il momento giusto.

Forse avete ragione, forse il momento giusto non è certo questo: seduta sul divano di una casa in affitto che è stata casa mia per gli ultimi 11 mesi, che mi ha vista per lo più sola, per lo più triste, ma anche a tratti serena, felice, coraggiosa. Queste mura e queste luci gialle sono ancora così familiari, in un certo senso confortanti, ma in realtà questo posto è già neutro, reso tale dalle mensole vuote e da tre scatoloni e due valigie che incombono sul pavimento, al centro della stanza.

No, non c’è tutta la mia vita in così poco spazio. Parte della mia roba si trova 300 km più a sud di dove sono io, già piegata e sistemata nella mia cameretta adolescenziale coi mobili in legno, color carta da zucchero. Parte della mia roba si trova, invece, chiusa in due enormi scatole di cartone sigillate con nastro adesivo nero in un magazzino a 1300 km più a nord di dove sono io, in attesa che qualcuno si decida a riprendersela. L’altra- piccola – parte è qui, in questi tre scatoloni e due valigie che aspettano ancora di capire quale sia il loro posto nel mondo.

So come si sentono. Perché anch’io, a meno di tre mesi dal compimento dei miei temutissimi 30 anni, sto cercando di trovare il mio. Quando ne avevo la metà, guardavo ai trentenni come si guarderebbe una creatura rara: con reverenziale timore e un po’ di pietà. Trent’anni erano tanti, lontanissimi. Quando io avrò trent’anni sarò grande, avrò una vita, ma una vera, con una casa un lavoro un marito dei bimbi e la felicità.

Com’erano semplici le cose, allora. Inutile dirvi che ora che ci siamo (ma non intendo arrendermi alla cifra fino al giorno prima in cui diventerà reale) non mi sono neanche lontanamente avvicinata al mio scopo dell’epoca. Questa vita, dentro il quale a volte mi sembra di trovarmi un po’ per caso, è capitata così, non l’ho mica voluta io. Di sicuro l’ho indirettamente scelta con le mie (non) decisioni, ma è nettamente diversa dal sogno che avevo in mente.

Raccontarvi come sono arrivata fin qua sarebbe troppo, per un primo incontro. Ma tutta questa premessa serviva a dirvi che sto cambiando Paese, almeno per un po’. Dall’Italia al Belgio senza passare dal via, dal sole alla pioggia, dal vino alla birra, dalla pizza alle moules frites. Che detto così sembra la scelta peggiore che potessi fare, lo so. Ma spero sia anche il passaggio dalla me che si è persa a quella me che spera di ritrovarsi. Dall’accontentarsi al realizzarsi. Dal dimenticare all’andare avanti.

Sono pronta, tecnicamente. Le valigie, il check in, lo spazzolino l’ho preso? Si, l’ho preso. Ho salutato tutti? No, solo chi aveva voglia di salutarmi davvero. E poi va bene così, non voglio niente dal sapore troppo definitivo, ho una paura che la metà basta e devo pensare di poter tornare indietro quando voglio. Non salutiamoci, per favore, basterà un ‘ciao’ come se ci rivedremo in un paio di settimane al massimo per il solito caffè in centro.

Mi mancherà tutto questo? Mi mancherà una città che ha ospitato gli ultimi 7 anni della mia esistenza? Mi mancherà essere a sole tre ore di macchina dalla mia famiglia, comprendere ogni parola di quello che ascolto intorno a me perché è pronunciata nella mia lingua? Mi sento, a tratti, estremamente vecchia e stupida per un salto del genere. Poi però penso che è ora o mai più. Penso a tutto il grigio fumo dell’anno appena trascorso e ad ogni giorno, sera, istante in cui la voglia di scappare, di ricominciare, di cercarmi altrove era più forte di qualunque altra cosa. Penso che c’è un po’ d’inchiostro nero, da qualche parte sulla mia schiena, che dice ‘find yourself or die trying’ e che voglio essere coerente con quello che mi sono scritta addosso cinque anni fa, quando ero più stupida forse, ma sicuramente più audace. Penso che ritengo il coraggio una qualità rara, quindi poco male se c’è un prezzo da pagare, un rischio da correre – meglio incosciente che codarda.

Penso troppo, lo so. E torno a scrivere perché scrivere è sempre stata la mia casa, in qualunque posto del mondo io mi trovassi.

Ventiduesimo aereo dell’anno. No reason to stay is a good reason to go.